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Commento ai Sussidi
Rapporti tra ebrei e cristiani durante due millenni: un bilancio negativo

 
Michel Remaud
 

Non è cosa frequente trovare in un documento romano la raccomandazione di mettere in luce, nella predicazione e nella catechesi, una delle responsabilità collettive che gravano più pesantemente sulla coscienza del mondo cristiano. Il fatto merita di essere notato: non già per un gusto morboso di auto-accusa, ma per rilevare che la colpa non è cosa strettamente individuale, e che la comunità cristiana in quanto tale può fare l'esperienza del pentimento e della misericordia.

Ciò premesso, impossibile riassumere in qualche pagina il bilancio di due millenni di storia. E se ci si accontenta di giustificarne la conclusione, dimostrando la negatività del risultato, si trascura di menzionare i periodi e le regioni che hanno visto ebrei e cristiani vivere in buon accordo. C'è anche il rischio di sottovalutare i molteplici casi individuali, reperibili in ogni epoca, che dimostrano come la comunicazione reciproca non sia mai stata totalmente interrotta. E finalmente si sarebbe ingiusti nei riguardi di quei cristiani che, nei momenti critici, hanno saputo risolutamente schierarsi dalla parte degli ebrei. Non si fa opera di riconciliazione se alla ricerca della verità si sostituisce la ripetizione di certi stereotipi, il cui unico vantaggio è quello di acquistare lo spinto. Bisogna quindi guardarsi dal tentare qui anche un semplice riassunto di questa storia, rimandando agli storici uno studio più approfondito (Léon Poliakov: Histoire de tantisémitisme (4 volumi), Calmann-Levy; ed. ridotta In 2 volumi nel 1981. F. Lovsky: L'entisémitisme chrétien, ed. Le Cerf, 1970.).

Primo punto di riferimento è la rottura fra Chiesa e Sinagoga e il loro reciproco allontanamento nell'antichità. Espulsione dei cristiani dalla sinagoga e, simmetricamente, progressiva cancellazione d'una presenza ebraica in una Chiesa dove non aveva tardato a divenire minoritaria. Quindi, polemiche fra Chiesa e Sinagoga, avvelenate dalla concorrenza missionaria fra le masse pagane. Destino sempre più precario riservato agli ebrei nell'impero divenuto cristiano. In Occidente, brutale aggravamento della sorte degli ebrei, ad iniziare dalla fine dell'XI secolo, con i massacri che accompagnano l'inizio delle Crociate. Accuse di delitti rituali o di profanazioni d'ostie, accompagnate da violenze popolari. Persecuzioni, da parte dell'Inquisizione spagnola, degli ebrei convertiti tornati segretamente alla pratica del giudaismo. Espulsione degli ebrei e confisca dei loro beni da parte di sovrani cristiani. Pogroms dell'Europa Centrale e della Russia. E, soprattutto, il parossismo che è stato, nel XX secolo, il tentativo di sterminio totale del popolo ebraico.

Quest'ultimo evento non può certamente iscriversi in continuità coi precedenti. Nel suo spirito, il nazismo era altrettanto anti-cristiano che anti-giudaico. Resta il fatto che la maggioranza dei nazisti era composta di battezzati. (Più di un cristiano rischierà di trasalire sentendo un ebreo annoverare Hitler fra I cristiani. Nell'interesse del dialogo, è opportuno sapere che ii termine « cristiano » non ha esattamente la stessa valenza per gli ebrei e per noi. Mentre per noi, infatti, evoca anzitutto un'opzione religiosa, indicando chi aderisce alla fede cristiana (non mancano battezzati che, in piena buona fede, si dichiarano non cristiani), molti ebrei intendono sulle prime (non esclusivamente) la designazione di un'appartenenza sociale. Nello nostre regioni, dire « cristiano » equivale allora, grosso modo, ad indicare un non-ebreo e non-musulmano. Prima d'indignarsi di questa semplificazione — e senza per questo rinunziare a spiegarsi meglio — H cristiano farà bene a domandarsi come mai la storia l'abbia resa possibile).

Il tentativo di genocidio è stato perpetrato in seno all'Europa cristiana, ed ha potuto prodursi a causa della passività dei cristiani, e talvolta perfino con la loro complicità. Questo passato antico e recente non deve cadere nell'oblio, per varie ragioni che investono direttamente la fede cristiana.
Superfluo dimostrare che una tale storia si oppone direttamente all'ideale di carità che dovrebbe caratterizzare il cristiano. Ma tale contraddizione merita d'essere esaminata più attentamente. Infatti, dando prova d'arroganza nei riguardi degli ebrei, i cristiani si sono resi esattamente colpevoli proprio di quello di cui gli stessi ebrei li rimproverano a partire dal Nuovo Testamento: trarre motivo da ciò che si è ricevuto da Dio senza alcun merito per inorgoglirsi, dinanzi a Dio, a scapito altrui. Disprezzare l'ebreo in nome del Vangelo è una perversione del messaggio di Cristo. II Vangelo è un richiamo alla conversione interiore: l'antisemitismo cristiano consiste nel designare l'altro come colui che ha bisogno di conversione.

L'antisemitismo cristiano si è nutrito di argomenti teologici. Il cristianesimo non ha inventato l'antisemitismo, (Nell'ultima edizione (quella ridotta) della sua Histoire do tantisémitisme, L. Pollakov corregge su questo punto la I ed. dell'opera.) ma, indiscutibilmente, l'ha coltivato e aggravato. Fin dagli inizi, la teologia cristiana ha riassunto la situazione ebraica in due parole: rigetto e sostituzione. Dio aveva rigettato il suo popolo per sostituirlo con un secondo: la Chiesa. Concetti simili non potevano che confortare la buona coscienza antisemita dei cristiani, fra i quali gli ebrei hanno sofferto.
L'antisemitismo cristiano è una pratica messa in scacco da parte dei cristiani dell'opera redentrice compiuta da Cristo. Il Nuovo Testamento ci dice che Gesù ha abbattutto il muro che divideva Israele dalle altre nazioni (Ef 2,141. Questo muro, in nome di argomenti pretestuosamente tratti dal Vangelo, dei cristiani l'hanno ricostruito. Così facendo, hanno accreditato l'immagine d'un Cristo separatore. trasformando la croce in un simbolo opposto all'amore.

II parossismo rappresentato dal tentativo dello sterminio nazista, va integrato nel bilancio che il documento ci invita a fare. Se non può essere addebitato direttamente al cristianesimo, quel tentativo è almeno un segno di fallimento: 19 secoli di predicazione evangelica non hanno impedito che, proprio in seno al mondo cristiano, s'abbattesse sul popolo ebreo il più terrificante rovescio d'odio di tutta la sua storia.

La questione dei rapporti fra Chiesa e giudaismo non è dunque nè secondaria nè marginale. Tutt'altro. Tale questione ci riporta al centro del mistero della Chiesa: l'opera di riconciliazione compiuta da Cristo e celebrata da ogni Eucaristia. Se bisogna evocarla, non è per racchiuderci in un sentimento di colpevolezza, ma per aprirci alla grazia. Del resto, la tendenza della Chiesa a riconoscere il giudaismo, che verosimilmente sta rivelandosi benefica per l'insieme della comunità cristiana, ha in gran parte avuto origine proprio a causa degli avvenimenti di questi ultimi decenni e delle loro dirette conseguenze. Il che non è certamente un caso.

 
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