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Popolo scelto
Quanto è stato detto sui rapporti
fra l'antico e il nuovo, può aiutarci a comprendere
meglio le riserve formulate dal documento circa l'uso
della tipologia. Il testo ricorda infatti che la tipologia.
« il cui insegnamento e la cui pratica ci derivano
dalla liturgia e dai Padri della Chiesa n (11,4), «
consiste nel leggere l'Antico Testamento come presentazione
e, sotto certi aspetti, come il primo delinearsi e come
l'annuncio del nuovo » (11.5).
Per gli autori del Nuovo Testamento
(I Cor 10,1-11, ecc.), la lettura tipologica significava
che, in Gesù, Dio rivelava il contenuto di una
Parola di per se stessa sempre aperta ad un divenire.
Essendo divina, la Parola di Dio non può infatti
riferirsi esclusivamente al passato. Nessun avvenimento
può concluderla, nel senso che così facendo
spegnerebbe la speranza di cui è portatrice.
II passaggio dall'antico al nuovo, non dimentichiamolo,
è un dinamismo caratterizzante già l'Antico
Testamento. Considerarlo come una rottura (11,4), equivale
a tradire lo spirito di questo passaggio.
Ancora una volta, si tradisce lo spirito
della rivelazione quando la tipologia diventa una trasposizione
sistematica e quasi meccanica da un Antico Testamento
— considerato come semplice repertorio di immagini
e prefigurazioni — in un Nuovo, che sarebbe unico
portatore di realtà. Se così fosse, il
cristiano dovrebbe riferirsi direttamente a questa realtà
senza passare da una prefigurazione che gli appare spesso
strana e che, lungi dall'aiutarlo a meglio intendere
il Nuovo Testamento, in genere gli appare ancora più
oscura.
Articolare in questi termini l'antico
e il nuovo, equivale a dimenticare, come il testo lo
ricorda con forza, che la rivelazione biblica possiede
in sé stessa il proprio significato. Non si tratta
di un'allegoria, ma di una storia molto reale dei movimentati
rapporti dell'uomo con il suo Dio. Col battesimo, il
cristiano è preso nella stessa corrente. Per
conseguenza, la Nuova Alleanza non significa affatto
che il credente non abbia più nulla da attendere.
Al contrario, essa lo immette in un moto di crescita
(Ef 4, 11-16 - cfr. 11,8). dandogli accesso alla speranza
del Regno (Mt 6,10), insieme a tutto il popolo di Dio
(11,10-11).
Se l'abuso della tipologia suscita
molte riserve, il popolo d'Israele può, d'altro
canto, considerarsi come popolo-tipo, o, se si vuole,
popolo-riferenza. La storia del popolo ebreo è
quella, sempre attuale, dell'incontro fra l'uomo e Dio,
storia che contiene tutte le situazioni-tipo: combattimento
spirituale, santità, viltà, eroismo, fuga
dinanzi a Dio, fiducia, speranza, misericordia... Popolo-tipo,
dunque, e non popolo-modello. La Bibbia non è
una raccolta di storie edificanti, ma l'immagine dell'uomo
alle prese con se stesso e con Dio. E poiché
questa storia è illuminata dalla Parola di Dio,
offre ad ogni credente la possibilità di riconoscervisi
e di decifrarvi la propria personale avventura.
Se il popolo ebreo è stato
messo a parte (Nm 23,9), lo è stato a profitto
dell'umanità. L'elezione non è un privilegio.
Non conferisce diritti, ma comporta dei doveri: manifestare
ciò che Dio attende dall'uomo e conservare la
speranza di ciò che gli promette. Appello esigente
quantaltri mai. Il modo in cui la Chiesa e i cristiani
hanno risposto alla loro vocazione li dissuaderà
dal giudicare il modo in cui il popolo ebreo risponde
alla sua. Piuttosto che soffermarsi su paragoni del
genere, il documento ci invita a chiederci come affrontare
insieme la nostra comune responsabilità (11,11).
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