La chiesa e il popolo ebreo:
una relazione originale
« Gesù è ebreo, e Io è
per sempre» (111,12). (Le citazioni con cifre
romane si riferiscono ai paragrafi del documento.)
Fra tutte le affermazioni contenute nel testo, questa
è forse la più pregna di conseguenze:
conviene pertanto porla a capo di questo commento.
E' una tale affermazione, infatti, ad illuminare il
fondamento della relazione unica ed originale che
unisce la Chiesa al popolo d'Israele.* (Le parole
contrassegnate da questo segno sono oggetto d'una
breve spiegazione nel Piccolo Lessico)
Dire che Gesù è ebreo, trascende di
molto la semplice indicazione della sua origine etnica.
Se sotto molti aspetti il popolo ebreo è un
popolo come gli altri, fin dalle origini lo segna
un destino unico: quello di esser stato costituito
e scelto da Dio per essere portatore della rivelazione
e contraente dell'Alleanza. Rivelandosi a lui, Dio
manifesta in pari tempo ciò che attende dall'uomo,
la cui vocazione consiste nel conformarsi all'immagine
di Dio: « Siate santi perché io, vostro
Dio, sono santo» (Lev. 19,2). Accettando di
rispondere all'appello rivoltogli da Dio attraverso
il suo popolo, l'ebreo diviene, pel fatto stesso,
qualcuno che si impegna a vivere secondo la Parola
di Dio ed a realizzare così il suo progetto
sull'uomo. In tale senso, Gesù, per noi, non
è soltanto un ebreo fra gli altri ebrei: è
Colui nel quale si realizza ciò che Dio attende
dal suo popolo. Dire che Gesù è ebreo,
ci porta quindi molto oltre un semplice dato documentario
sul suo luogo d'origine e sulla sua lingua materna,
per quanto importanti possano essere tali indicazioni:
indica quali forme abbiano assunte, in un determinato
popolo, la sua personalità e la sua missione.
L'ebraismo, per Gesù, non é un elemento
accidentale, ma un carattere fondamentale del suo
stesso essere.
Per questo il testo afferma che « Gesù
è ebreo per sempre ». Il che significa,
in primo luogo, che Gesù non è un «
convertito ». Non ha mai abiurato il suo giudaismo,
mai rinnegato in alcun modo né le proprie origini
né il proprio passato. Ma significa pure che
Gesù risorto rimane ebreo. Lungi dal cancellare
ciò che è stato, la risurrezione lo
glorifica e lo rende eterno. Senza dubbio, la risurrezione
è una liberazione, affrancando l'uomo da tutto
ciò che lo racchiude, liberandolo da ogni limite
e da ogni angustia: ma non abolisce le caratteristiche
particolari (da non confondere particolarità
con particolarismo!) che distinguono una personalità.
Nella risurrezione, la persona sussiste con tutte
le sue componenti essenziali. Gesù risorto
rimane un uomo, nel quale la Chiesa riconosce il suo
Sposo. Rimane un essere corporeo — anche se
la nostra fantasia deve guardarsi da ogni speculazione
sulle proprietà del « corpo spirituale
» (1 Cor 15.44).
E ciò é tanto più vero del
suo essere ebreo che il termine esprime non solo il
suo inserimento fisico ma, al tempo stesso, il suo
posto nel piano di Dio. Louis Bouyer non esita a scrivere:
« La Chiesa (...) è il Corpo di Cristo:
ma questo Corpo, in cui ogni eucaristia l'inserisce
sempre più profondamente, è il Corpo
di un ebreo... » (Louis Bouyer: L'Eglise de
Dieu, éd. du Cerf, Paris 1970, p. 644)
Così la Chiesa si trova legata, per natura
e per l'eternità, all'ebreo Gesù e,
per suo mezzo, a tutto i! suo popolo. Da un ebreo,
in cui vede realizzarsi il progetto di Dio, riceve
in permanenza la sua stessa vita. E' dunque nella
medesima persona del Risorto che la Chiesa incontra
il giudaismo: ragion per cui il documento si appropria
l'affermazione di Giovanni Paolo « La Chiesa
ed Israele sono legati al livello stesso della loro
ide.tità » (1,2). A sua volta, il Cardinale
Etchegaray scrive: La perennità del popolo
ebreo non pone solo il problema di relazioni esterne
da migliorare: è un problema interno alla Chiesa,
inerente alla sua stessa definizione»(Intervento
al Sinodo romano sulla riconciliazione. 4-X-1983.)
Affermazioni del genere derivano direttamente dal
documento conciliare « Nostra Aetate»
— la dichiarazione sulle relazioni della Chiesa
con le religioni non cristiane —, il cui paragrafo
relativo agli ebrei inizia con queste parole: «
Scrutando il mistero della Chiesa, il Sacro Concilio
ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento
è spiritualmente legato alla stirpe di Abramo
». Non già rivolgendo lo sguardo al di
fuori, ma riflettendo su se stessa, la Chiesa incontra
il giudaismo. La sua relazione col popolo ebreo comporta
dunque un elemento unico, che non si riscontra nei
suoi rapporti con nessun'altra religione.
La comunanza d'eredità biblica e liturgica,
su cui il testo giustamente insiste, non basta da
sola a render conto di questa relazione privilegiata,
di cui è solo la conseguenza. Il vincolo col
popolo d'Israele fa parte della stessa identità
cristiana. Per questo, nel 1974, la Commissione Romana
per le relazioni religiose con il giudaismo scriveva:
« Il problema dei rapporti fra ebrei e cristiani
riguarda la Chiesa come tale, poiché "è
scrutando il proprio mistero" che essa fronteggia
il mistero d'Israele. Tale problema conserva dunque
tutta la sua importanza anche in quelle regioni in
cui non esistono comunità ebraiche» (Orientamenti
e suggerimenti per l'applicazione della dichiarazione
Nostra Aetate) La stessa Commissione riprende oggi
questa affermazione, traendone le conseguenze che
vi sono implicate: In considerazione dei rapporti
unici esistenti tra il cristianesimo e l'ebraismo,
"legati a livello della loro stessa identità",
"rapporti fondati sul disegno del Dio dell'Alleanza",
gli ebrei e l'ebraismo non dovrebbero occupare un
posto occasionale e marginale nella catechesi e nella
predicazione, ma la loro indispensabile presenza dev'esservi
organicamente integrata n (1,21 Si tratta di una «
preoccupazione pastorale » (1,3), perché
la conoscenza dell'ebraismo vivente « può
aiutare a comprendere meglio alcuni aspetti della
vita della Chiesa. "