| CONSIDERAZIONI PRELIMINARI
Il 6 marzo 1982 papa Giovanni Paolo
II rivolgeva le seguenti parole ai delegati delle Conferenze
episcopali e agli altri esperti riuniti a Roma per studiare
le relazioni tra chiesa ed ebraismo: « ... voi
vi siete preoccupati, durante la vostra sessione, dell'insegnamento
cattolico e della catechesi in rapporto agli ebrei e
i all'ebraismo (...) Occorrerà fare in modo che
questo insegnamento, ai diversi livelli di formazione
religiosa, nella catechesi fatta ai bambini e agli adolescenti.
Presenti gli ebrei e l'ebraismo non solo in maniera
onesta ed obiettiva senza alcun pregiudizio e senza
offendere nessuno, ma ancor più con una viva
coscienza del patrimonio comune» agli ebrei e
ai cristiani.
In questo testo, dal contenuto tanto
denso, il Santo Padre si ispirava chiaramente alla dichiarazione
conciliare Nostra aetate (n. 4), dove si afferma: «Curino
pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione
della parola di Dio non insegnino alcunché che
non sia conforme alla verità del Vangelo e allo
Spirito di Cristo»; come anche: «Essendo
perciò tanto grande il patrimonio spirituale
comune ai cristiani e agli ebrei, questo sacro concilio
vuole promuovere e raccomandare loro la mutua conoscenza
e stima (... )».
Allo stesso modo, gli Orientamenti
e Suggerimenti per l'applicazione della dichiarazione
conciliare Nostra aetate (n. 4), concludono con la seguente
raccomandazione il loro capitolo III, intitolato Insegnamento
ed educazione, dove è enumerata una serie di
dati concreti da mettere in atto: «L'informazione
su queste questioni deve riguardare tutti i livelli
d'insegnamento e di educazione. Tra i mezzi di informazione,
una particolare importanza rivestono quelli qui di seguito
elencati: - manuali di catechesi; - libri di storia;
- mezzi di comunicazione sociale (stampa, radio, cinema,
televisione).
L'uso efficace di tali mezzi presuppone
una specifica formazione degli insegnanti e degli educatori
nelle scuole, come pure nei seminari e nelle università»
(AAS 77, 1975, p. 73).
I paragrafi che seguono intendono servire
proprio questo fine (EV 5,772ss).
I. Insegnamento religioso ed
ebraismo
1. Nella dichiarazione Nostra aetate
(n. 4), il concilio parla del «vincolo che lega
spiritualmente» cristiani ed ebrei, del «grande
patrimonio spirituale comune» agli uni e agli
altri e afferma anche che la chiesa «riconosce
che gli inizi della sua fede e della sua elevazione
si trovano già, secondo il mistero divino della
salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei Profeti
.
2. In considerazione di questi rapporti
unici esistenti tra il cristianesimo e l'ebraismo, «legati
al livello stesso della loro identità»
(Giovanni Paolo II, 6 marzo 1982), rapporti «fondati
sul disegno di Dio dell'Alleanza» (ibid.), gli
ebrei e l'ebraismo non dovrebbero occupare un posto
occasionale e marginale nella catechesi e nella predicazione,
ma la loro indispensabile presenza deve esservi organicamente
integrata.
3. Questo interesse per l'ebraismo
nell'insegnamento cattolico non ha solo un fondamento
storico o archeologico. Il Santo Padre, nel discorso
sopra citato e dopo aver di nuovo menzionato il «patrimonio
comune» tra chiesa ed ebraismo, patrimonio «considerevole»,
affermava che, «farne l'inventario in se stesso,
tenendo però anche conto della fede e della vita
religiosa del popolo ebraico, così come esse
sono professate e vissute ancora adesso, può
aiutare a comprendere meglio alcuni aspetti della vita
della chiesa». Si tratta dunque di una preoccupazione
pastorale per una realtà sempre viva in stretto
rapporto con la chiesa. Il Santo Padre ha presentato
questa realtà permanente del popolo ebraico con
una formula teologica particolarmente felice, nell'allocuzione
pronunciata per i rappresentanti della comunità
ebraica della Germania Federale (Magonza, 17 novembre
1980): «il popolo ebraico dell'antica alleanza,
che non è mai stata revocata,..».
4. Si deve sin da ora ricordare il
testo nel quale gli Orientamenti e Suggerimenti (n.
1) hanno cercato di definire la condizione fondamentale
del dialogo: «il rispetto dell’altro, così
come esso è»; la conoscenza delle «componenti
fondamentali della tradizione ebraica», e ancora
l'apprendimento delle «caratteristiche essenziali
con le quali gli ebrei stessi si definiscono alla luce
della realtà religiosa, così come essi
la vivono» (Intr.).
5. La singolarità e la difficoltà
dell'insegnamento cristiano riguardante gli ebrei e
l'ebraismo, deriva soprattutto dal fatto che in tale
insegnamento è necessario adoperare contemporaneamente
e accoppiandoli insieme, vari termini in cui si esprime
il rapporto tra le due economie, dell'Antico e del Nuovo
Testamento: promessa e adempimento - continuità
e novità - singolarità e universalità
- unicità e esemplarità.
Ciò comporta per il teologo
o il catechista, che tratta questi argomenti, la preoccupazione
di mostrare, nell'insegnamento pratico, che:
- la promessa e l'adempimento si chiariscono
reciprocamente;
- la novità consiste in una
metamorfosi di ciò che era prima;
- la singolarità del popolo
dell'Antico Testamento non è esclusiva, ma aperta,
nella visione divina, ad una dilatazione universale;
l'unicità del popolo ebraico
è in vista di una esemplarità.
6. Finalmente, «in questo campo,
l'imprecisione e la mediocrità nuocerebbero enormemente»
al dialogo ebraico-cristiano (Giovanni Paolo II, discorso
del 6 marzo 1982). Ma - trattandosi di insegnamento
e di educazione - esse nuocerebbero soprattutto alla
«propria identità» cristiana (ibid.).
7. «In virtù della sua
missione divina, la chiesa», che è «mezzo
generale di salvezza» e che è la sola nella
quale si trova «tutta la pienezza dei mezzi di
salvezza» (Unitatis redintegratio, n. 3), «per
la sua stessa natura deve annunciare Gesù Cristo
al mondo» (Orientamenti e Suggerimenti, n. 1).
Noi crediamo infatti che è per mezzo di Gesù
Cristo che andiamo al Padre (Cf Gv 14,6) e che «questa
è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero
Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo»
(Gv 1753).
Gesù afferma (Gv 10,16) che
vi sarà «un solo gregge ed un solo pastore».
Chiesa ed ebraismo non possono essere presentati dunque
come due vie parallele di salvezza e la chiesa deve
testimoniare il Cristo redentore a tutti, «nel
più rigoroso rispetto della libertà religiosa,
così come essa è insegnata dal concilio
Vaticano secondo (dichiarazione Dignitatis humanae)»
(Orientamenti e Suggerimenti, n. 1).
8. L'urgenza e l'importanza di un insegnamento
da impartire ai nostri fedeli sull'ebraismo, e che sia
preciso, obiettivo e rigorosamente esatto, si deduce
anche dalla minaccia di un antisemitismo sempre pronto
a riaffiorare in diverse forme. Non si tratta solo di
sradicare, dalla mente dei nostri fedeli, i residui
di antisemitismo che si trovano ancora qua e là,
ma ancor più di suscitare tra loro, attraverso
questo sforzo educativo, una conoscenza esatta del «vincolo»
(Cf Nostra Aetate, n. 4) singolare che, in quanto chiesa,
ci lega agli ebrei e all'ebraismo, e in tal modo insegnare
loro ad apprezzarli e ad amarli, poiché essi
sono stati scelti da Dio per preparare la venuta di
Cristo e hanno conservato tutto ciò che è
stato progressivamente rivelato e donato nel corso di
tale preparazione, nonostante la loro difficoltà
a riconoscere in lui il loro Messia.
II. Rapporti tra Antico e Nuovo
Testamento
l. Si tratta di presentare l'unità
della rivelazione biblica (Antico e Nuovo Testamento*)
e del disegno divino, prima di affrontare ciascuno degli
avvenimenti storici, per sottolineare che ogni evento
ha senso solo se considerato nella totalità di
questa storia, dalla creazione al compimento. Essa riguarda
tutto il genere umano e in particolare i credenti. In
tal modo, il senso definitivo dell'elezione di Israele
appare solo alla luce dell'adempimento totale (Rm 9-11)
e l'elezione di Gesù Cristo si comprende ancora
meglio in riferimento all'annuncio e alla promessa (Cf
Eb 4,1-11).
2. Si tratta di avvenimenti singolari
che riguardano una sola nazione, ma che, nella visione
di Dio che rivela i suoi propositi, sono destinati ad
assumere un significato universale ed esemplare.
Si tratta inoltre di presentare gli
avvenimenti dell'Antico Testamento non come avvenimenti
che riguardano soltanto gli ebrei, ma anche noi personalmente.
Abramo è veramente il padre della nostra fede
(Cf RM 4,11-12); canone romano: (patriarchae nostri
Abrahae). Ed è detto (1Cor 10-l): «I nostri
padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono
il mare». I patriarchi, i profeti, e altre figure
dell'Antico Testamento sono stati e saranno sempre venerati
come santi nella tradizione liturgica sia della chiesa
orientale che della chiesa latina.
3. Dall'unità del piano divino
deriva il problema del rapporto tra Antico e Nuovo Testamento.
La chiesa, sin dai tempi apostolici (Cf 1Cor 10,11;
Eb 10,1), e poi ininterrottamente nella sua tradizione,
ha risolto questo problema soprattutto attraverso la
tipologia, che sottolinea il valore fondamentale dell'Antico
Testamento nella visione cristiana. Ma la tipologia
suscita in molti un senso di disagio che è forse
l'indizio di un problema non risolto.
4. Pertanto, nell'uso della tipologia,
il cui insegnamento e la cui pratica ci derivano dalla
liturgia e dai padri della chiesa, occorre evitare ogni
passaggio tra Antico e Nuovo Testamento che fosse esclusivamente
considerato come una rottura. La chiesa, nella spontaneità
dello Spirito che la anima, ha vigorosamente condannato
l'atteggiamento di Marcione** e si è sempre opposta
al suo dualismo.
5. È importante anche di sottolineare
che l'interpretazione tipologica consiste nel leggere
l'Antico Testamento come presentazione e, sotto certi
aspetti, come il primo delinearsi e come l'annuncio
del Nuovo (Cf per es., Eb 5,5-10, ecc.). Cristo è
oramai il riferimento-chiave delle Scritture «quella
roccia era il Cristo» (1Cor 10,4).
6. È dunque vero ed è
bene sottolinearlo,,che la chiesa e i cristiani leggono
l'Antico Testamento alla luce dell'avvenimento del Cristo
morto e risorto e che a questo titolo esiste una lettura
cristiana dell'Antico Testamento che non coincide necessariamente
con la lettura ebraica. Identità cristiana e
identità ebraica debbono essere pertanto accuratamente
distinte nella loro rispettiva lettura della Bibbia.
Ciò che, tuttavia, nulla sottrae al valore dell'Antico
Testamento nella chiesa e non vieta che i cristiani
possano, a loro volta, utilizzare con discernimento
le tradizioni di lettura ebraica.
7. La lettura tipologica non fa altro
che manifestare le insondabili ricchezze dell'Antico
Testamento, il suo contenuto inesauribile, il mistero
che lo pervade, ed essa non deve far dimenticare che
l'Antico Testamento mantiene il proprio valore di rivelazione,
che spesso il Nuovo Testamento non farà che riprendere
(Cf Mc 12,29-31).
Del resto, lo stesso Nuovo Testamento
esige parimenti di essere letto alla luce dell’Antico.
La catechesi cristiana primitiva vi farà costantemente
ricorso (Cf ad es., 1Cor 5,6-8; 10,1-11).
8. La tipologia significa inoltre proiezione
verso il compimento del piano divino, quando «Dio
sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28). Questo
fatto vale anche per la chiesa che, già realizzata
in Cristo, non di meno attende la sua perfezione definitiva
come Corpo di Cristo. Il fatto che il Corpo di Cristo
tenda ancora verso la sua statura perfetta (cf. Ef 4,12-13),
nulla sottrae al valore dell'essere cristiano. Così
la vocazione dei patriarchi e l'esodo dall'Egitto non
perdono la loro importanza e il loro valore proprio
nel piano di Dio per il fatto che esse sono al tempo
stesso delle tappe intermedie (Cf, per es., Nostra aetate,
n. 4).
9. L'esodo, ad esempio, rappresenta
una esperienza di salvezza e di liberazione che non
si conclude in se stessa. Oltre al suo senso proprio,
essa ha in sé la capacità di svilupparsi
ulteriormente. La salvezza e la liberazione sono già
compiute in Cristo e si realizzano gradualmente attraverso
i sacramenti nella chiesa. Si prepara così il
compimento del piano di Dio, che attende la sua consumazione
definitiva, con il ritorno di Gesù come Messia,
ritorno per il quale noi ogni giorno preghiamo. Il Regno,
per il cui avvento preghiamo ugualmente ogni giorno,
sarà alla fine instaurato. E allora, la salvezza
e la liberazione avranno trasformato in Cristo gli eletti
e tutta la creazione (Cf Rm 8,19-23).
10. Inoltre, sottolineando la dimensione
escatologica del cristianesimo, si giungerà ad
una maggiore consapevolezza del fatto che quando il
popolo di Dio dell'antica e della nuova alleanza considera
l'avvenire, esso tende - anche se partendo da due punti
di vista diversi - verso fini analoghi: la venuta o
il ritorno del Messia. E ci si renderà conto
più chiaramente che la persona del Messia, sulla
quale il popolo di Dio è diviso, costituisce
per questo popolo anche un Punto di convergenza (Cf
Sussidi per l'Ecumenismo della diocesi di Roma, n. 140).
Si può dire pertanto che ebrei e cristiani si
incontrano in una esperienza simile, fondata sulla stessa
promessa fatta ad Abramo (Cf Gn 12,1-3; Eb 6,13-18).
11. Attenti allo stesso Dio che ha
parlato, tesi all’ascolto di questa medesima parola,
dobbiamo rendere testimonianza di una stessa memoria
e di una comune speranza in colui che è il Signore
della storia. Sarebbe parimenti necessario che assumessimo
la nostra responsabilità di preparare il mondo
alla venuta del Messia, operando insieme per la giustizia
sociale, per il rispetto dei diritti della persona umana
e delle nazioni,, per la riconciliazione sociale e internazionale.
Noi, ebrei e cristiani, siamo sollecitati a questo dal
precetto dell'amore per il prossimo, da', una comune
speranza dei regno di Dio e dalla grande eredità
dei profeti. Trasmessa già nei primi anni di
formazione attraverso la catechesi, una tale concezione
educherebbe concretamente i giovani cristiani ad intrattenere
relazioni di collaborazione con gli ebrei, al di là
del semplice dialogo (Cf Orientamenti e Suggerimenti,
n. IV).
III. Radici ebraiche dei cristianesimo
l. Gesù è ebreo e lo
è per sempre; il suo ministero si è volontariamente
limitato «alle pecore perdute nella casa d'Israele»
(Mt 15,24). Gesù è pienamente un uomo
del suo tempo e del suo ambiente ebraico palestinese
del 1 secolo, di cui ha condiviso gioie e speranze.
Ciò sottolinea, come ci è stato rivelato
nella Bibbia (Cf RM 1,3-4; Gal 4,4-5), sia la realtà
dell'incarnazione che il significato stesso della storia
della salvezza.
2. Le relazioni di Gesù con
la legge biblica e con le sue interpretazioni più
o meno tradizionali sono indubbiamente complesse ed
egli ha dimostrato al riguardo una grande libertà
(Cf le «antitesi» del discorso della montagna,
in MT 5,21-48, tenendo conto delle difficoltà
esegetiche; l'atteggiamento di Gesù di fronte
all'osservanza rigorosa del sabato: Mc 3,1-6, ecc.).
Non vi è alcun dubbio, tuttavia,
che egli voglia sottomettersi alla legge (Cf Gal 4,4),
che sia stato circonciso e presentato al tempio, come
qualunque altro ebreo del suo tempio (Cf Lc 2,21.22-24),
e che sia stato formato all'osservanza della legge.
Egli ha raccomandato il rispetto della legge (Cf Mt
5,17-20) e l'obbedienza ad essa (Cf Mt 8,4). Il ritmo
della sua vita è
scandito, sin dall'infanzia, dai pellegrinaggi
in occasione delle grandi feste (Cf Lc 2,41-52; Gv 2,13;
7,10, ecc.). si è rilevata spesso l'importanza,
nel Vangelo di Giovanni, del ciclo delle feste ebraiche
(Cf 2,13; 5,1; 7.2.10.37; 10,22; 12,1; 13,1; 18,28;
19,42, ecc.).
3. Si deve anche notare che Gesù
insegna spesso nelle sinagoghe (Cf Mt 4,23; 9,35; Lc
4,15-18; Gv 18,20, ecc.) e nel tempio (Cf Gv 18,20,
ecc.), che egli frequentava, come lo facevano i suoi
discepoli, anche dopo la risurrezione (Cf, Per es.,
At 2,46; 3,1; 21,26, ecc.). Egli ha voluto inserire
nel contesto del culto della sinagoga l'annuncio della
sua messianità (Cf Lc 4,1621). Ma soprattutto
ha voluto realizzare l'atto supremo del dono di sé
nel quadro della liturgia domestica della pasqua, o
almeno nel quadro della festività pasquale (Cf
Mc 14, l; 12 e paralleli; Gv 18,28). E ciò permette
di comprendere meglio il carattere di «memoriale»
dell'eucaristia.
4. Così il Figlio di Dio si
è incarnato in un popolo e in una famiglia umana
(Cf Gal 4,4; RM 9,5). Ciò che per nulla sminuisce,
anzi al contrario, il fatto che egli sia nato per tutti
gli uomini (attorno alla sua culla si raccolgono pastori
ebrei e magi pagani: Lc 2,8-20; Mt 2,1-12), e che sia
morto per tutti (ai piedi della croce, si ritrovano
ancora degli ebrei, tra i quali Maria e Giovanni: Gv
19,25-27, e dei pagani come il centurione: Mc 15,39
e paralleli). Egli ha fatto così, nella sua carne,
di due popoli un popolo solo (Cf Ef 2,14-17). Il che
spiega anche la presenza, in Palestina ed altrove, accanto
alla Ecclesia ex gentibus, di una Ecclesia ex circumcisione
di cui parla, ad esempio, Eusebio (H.E. IV,5).
5. I suoi rapporti con i farisei non
furono né del tutto né sempre polemici,
come lo illustrano numerosi esempi, tra i quali i seguenti:
- sono dei farisei che avvertono Gesù
del pericolo che corre (Lc 13,31);
- alcuni farisei vengono lodati, come
lo «scriba» di Mc 12,34;
- Gesù mangia assieme ai farisei
(Lc 7,36; 14,1).
6. Gesù condivide con la maggioranza
degli ebrei palestinesi di quel tempo, alcune dottrine
farisaiche: la risurrezione dei corpi; le forme di pietà:
elemosina, preghiera, digiuno (Cf Mt 6.1-8), e l'abitudine
liturgica di rivolgersi a Dio come Padre; la priorità
del comandamento dell'amore di Dio e del prossimo (Cf
Mc 12,28-34). Lo stesso si può dire di Paolo
(Cf, Per es., At 23,8), il quale ha sempre considerato
come un titolo d'onore la sua appartenenza al gruppo
farisaico (Cf ibid. 23,6; 26,5; Fil 3,5).
7. Anche Paolo, come del resto Gesù
stesso, hanno adoperato metodi di lettura e d'interpretazione
della Scrittura e metodi d'insegnamento ai discepoli
che erano comuni ai farisei del loro tempo. Il che si
riscontra ad esempio nell'uso delle parabole nel ministero
di Gesù, o nel metodo seguito da Gesù
e da Paolo, quello cioè di valersi di una citazione
biblica per dare fondamento ad una loro conclusione.
8. Si deve anche notare che i farisei
non sono menzionati nei racconti della passione. Gamaliele
(Cf At 5,34-39) difende gli apostoli in una riunione
del sinedrio. Una presentazione solo negativa dei farisei
corre il rischio di essere inesatta e ingiusta (Cf Orientamenti
e Suggerimenti, nota 1: AAS l.c., p. 76). Sebbene si
riscontrino nei Vangeli e in altre parti del Nuovo Testamento,
ogni sorta di riferimenti a loro sfavorevoli, essi debbono
essere colti nello sfondo di un movimento complesso
e diversificato. Le critiche mosse a vari tipi di farisei
non mancano d'altra parte nelle fonti rabbiniche (Cf
Talmud di Babilonia, Trattato Sotah 22b, ecc.). il «fariseismo»,
nel senso peggiorativo del termine, può imperversare
in ogni religione. Si può anche sottolineare
che la severità mostrata da Gesù nei confronti
dei farisei deriva dal fatto che egli è più
vicino a loro di quanto non lo sia ad altri gruppi ebraici
a lui contemporanei (Cf sopra, n. 7).
9. Tutto questo dovrebbe aiutare a
comprendere meglio l'affermazione di san Paolo (RM 11,16ss)
su «la radice» e «i rami». La
chiesa e il cristianesimo in tutta la loro novità,
hanno origine nell'ambiente ebraico del primo secolo
della nostra èra, e, ancora più profondamente
nel disegno di. Dio» (Nostra aetate, n. 4), realizzato
nei patriarchi, in Mosè e nei profeti (ibid.),
fino alla consumazione in Cristo Gesù.
IV. Gli ebrei nel Nuovo Testamento
Gli Orientamenti e Suggerimenti affermavano
già (nota 1) che: «la formula "gli
ebrei" nel Vangelo di san Giovanni designa a volte,
e secondo il contesto, "i capi degli ebrei"
e "gli avversari di Gesù", espressioni
queste che meglio esprimono il pensiero dell'evangelista
ed evitano di sembrare di mettere in causa il popolo
ebreo come tale».
1. Una presentazione obiettiva
del ruolo del popolo ebraico nel Nuovo Testamento deve
tener conto di questi diversi dati concreti:
a) 1 Vangeli sono il frutto di un lavoro
redazionale lungo e complesso. La costituzione dogmatica
Dei verbum, a seguito dell'istruzione Sancta mater ecclesia,
della Pontificia commissione biblica, vi distingue tre
tappe: «Gli autori sacri hanno composto i quattro
Vangeli scegliendo alcune parti tra molte di quelle
che la parola o già la scrittura avevano trasmesso,
facendone entrare alcune in una sintesi o esponendole
tenendo conto della situazione della chiesa, curando
infine la forma di una proclamazione, allo scopo di
poterci così sempre comunicare cose vere ed autentiche
su Gesù» (n. 19).
Non è quindi escluso che alcuni
riferimenti ostili o poco favorevoli agli ebrei abbiano
come contesto storico i conflitti tra la chiesa nascente
e la comunità ebraica. Alcune polemiche riflettono
le condizioni dei rapporti tra ebrei e cristiani, che,
cronologicamente, sono motto posteriori a Gesù.
Questa constatazione resta fondamentale
se si vuole cogliere per i cristiani di oggi il senso
di alcuni testi dei Vangeli.
È necessario tener conto di
tutto questo nella preparazione della catechesi e delle
omelie per le ultime settimane di quaresima e per la
settimana santa (cf. gli Orientamenti e Suggerimenti
II, e ora anche: Sussidi per l'Ecumenismo della Diocesi
di Roma, 1982, 144b).
b) È chiaro d'altra parte che,
sin dall'inizio del suo ministero, vi siano stati conflitti
tra Gesù ed alcune categorie di ebrei dei suo
tempo, tra i quali anche i farisei (cf. Mc 2,1-11.24;
3,6 ecc.).
c) Vi è inoltre il fatto doloroso
che la maggioranza del popolo ebraico e le sue autorità
non hanno creduto in Gesù, un fatto che non è
soltanto storico, ma che ha una portata teologica di
cui san Paolo si sforza di porre in evidenza il senso
(Rm 9-11).
d) Questo fatto, che si è andato
accentuando con lo svilupparsi della missione cristiana,
soprattutto tra i pagani, ha condotto ad una inevitabile
rottura tra l'ebraismo e la giovane chiesa, oramai irriducibilmente
separati e divergenti al livello stesso della fede;
questa situazione si riflette nella redazione dei testi
del Nuovo Testamento, in particolare dei Vangeli. Non
è il caso di sminuire o dissimulare tale rottura,
perché si nuocerebbe così facendo all'identità
degli uni e degli altri. Tuttavia essa non cancella
minimamente quel «legame» spirituale di
cui parla il concilio (Nostra aetate, n. 4) e di cui
questo studio vuole elaborare alcune dimensioni.
e) Riflettendo su questo fatto, alla
luce della Scrittura e in particolare dei capitoli citati
dell'epistola ai Romani, i cristiani non debbono mai
dimenticare che la fede è un dono libero di Dio
(cf. Rm 9,12) e che la coscienza degli altri non, deve
essere giudicata. L'esortazione di san Paolo a non «gloriarsi»
(Rm 11,18) della «radice» (ibid.), assume
in questo contesto tutto il suo rilievo.
f) Non si possono mettere sullo stesso
piano gli ebrei che hanno conosciuto Gesù e non
hanno creduto in lui, o che si sono opposti alla predicazione
degli apostoli, e gli ebrei delle epoche successive
o gli – ebrei - del nostro tempo. Se la responsabilità
dei primi nel loro atteggiamento verso Gesù resta
un mistero di Dio (cf. Rm 11,25), i secondi si trovano
in una situazione ben diversa. Il concilio Vaticano
secondo (Dichiarazione Dignitatis humanae, sulla libertà
religiosa), insegna che «tutti gli uomini devono
essere immuni dalla coercizione... in modo tale, che
in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro
la sua coscienza né sia impedito, entro debiti
limiti, ad agire in conformità ad essa ... »
(n. 2). Questa è una delle basi su cui poggia
il dialogo ebraico-cristiano promosso dal concilio.
2. La delicata questione della
responsabilità della morte di Cristo deve essere
vista nell'ottica della dichiarazione conciliare
Nostra aetate, n. 4 e degli Orientamenti
e Suggerimenti (n. III). «Quanto è stato
commesso durante la sua passione non può essere
imputato né indistintamente a tutti gli ebrei
allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo»,
sebbene «autorità ebraiche con i propri
seguaci si siano adoperate per la rnorte di Cristo».
E più avanti: «Il Cristo... in virtù
del suo immenso amore, si è volontariamente sottomesso
alla Passione e morte a causa dei peccati di tutti gli
uomini e affinché tutti gli uomini conseguano
la salvezza» (Nostra aetate, n. 4). Il catechismo
del concilio di Trento insegna inoltre che i cristiani
peccatori sono più colpevoli della morte del
Cristo, rispetto ad alcuni ebrei che vi presero parte:
questi ultimi, infatti, «non sapevano quello che
facevano» (Lc 23,24) , mentre noi lo sappiamo
sin troppo bene (pars 1, caput V, quaest. XI). Nella
stessa linea e per la medesima ragione, «gli ebrei
non devono essere presentati come rigettati da Dio,
né come maledetti, quasi che ciò scaturisse
dalla sacra scrittura» (Nostra aetate, n. 4),
anche se è vero che «la chiesa è
il nuovo popolo di Dio» (ibid.).
V. La Liturgia
l. Ebrei e cristiani fanno della Bibbia
la sostanza stessa della loro liturgia: per la proclamazione
della parola di Dio, la risposta a questa parola, la
preghiera di lode e d'intercessione per i vivi e per
i morti, il ricorso alla misericordia divina. La liturgia
della Parola, nella sua struttura specifica, ha origine
nell'ebraismo. La preghiera delle Ore ed altri testi
e formulari liturgici si riscontrano parallelamente
anche nell'ebraismo come le formule stesse delle nostre
preghiere più sacre, così, ad esempio,
il «Padre Nostro». Anche le preghiere eucaristiche
si ispirano a modelli della tradizione ebraica. Citiamo
in proposito le parole di papa Giovanni Paolo Il (discorso
del 6 marzo 1982): «La fede e la vita del popolo
ebraico, così come sono professate e vissute
ancora oggi, (possono) aiutare a comprendere meglio
alcuni aspetti della vita della chiesa. È il
caso della liturgia ... ».
2. Tutto ciò affiora soprattutto
in occasione delle grandi feste dell'anno liturgico,
come la pasqua. 1 cristiani e gli ebrei celebrano la
pasqua: pasqua della storia, protesa verso l'avvenire,
per gli ebrei; pasqua, realizzata nella morte e nella
risurrezione di Cristo, per i cristiani, anche se ancora
in attesa della consumazione definitiva (cf. sopra,
n. 9). È ancora il «memoriale», che
ci viene dalla tradizione ebraica, con un contenuto
specifico, diverso in ciascun caso. Esiste dunque, dall'una
e dall'altra parte, un dinamismo parallelo: per i cristiani,
esso dà senso alla celebrazione eucaristica (cf.
Antifona O sacrum convivium), celebrazione pasquale
e, in quanto tale, attualizzazione del passato, vissuto
nell'attesa «della sua venuta» (1Cor 11,26).
VI. Ebraismo e cristianesimo
l. La storia d'Israele non si conclude
nel 70 (cf. Orientamenti e Suggerimenti, n. 11). Essa
continuerà, in particolare nella vasta diaspora
che permetterà ad Israele di portare in tutto
il mondo la testimonianza, spesso eroica, della sua
fedeltà all'unico Dio e di «esaltarlo di
fronte a tutti i viventi» (Tobia 13,4), conservando
sempre nel cuore delle sue speranze il ricordo della
terra degli avi (Seder pasquale).
I cristiani sono invitati a comprendere
questo vincolo religioso che affonda le sue radici nella
tradizione biblica ur non dovendo far propria un'interpretazione
religiosa particolare di tale relazione (cf. Dichiarazione
della conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti,
20 novembre 1975).
Per quanto si riferisce all'esistenza
dello stato di Israele e alle sue scelte politiche,
esse vanno viste in un'ottica che non è di per
sé religiosa, ma che si richiama ai principi
comuni del diritto internazionale.
Il permanere di Israele (laddove tanti
antichi popoli sono scomparsi senza lasciare traccia),
è un fatto storico e segno da interpretare nel
piano di Dio. Occorre in ogni modo abbandonare la concezione
tradizionale del popolo punito, conservato come argomento
vivente-per l'applogptica cristiana. Esso resta il popolo
prescelto, «l'olivo buono sul quale sono stati
innestati i rami dell'olivo selvatico che sono i gentili»
(alludendo a Rm 11,17-24, nel Discorso sopra citato
di papa Giovanni Paolo II, 6 marzo 1982). Si ricorderà
quanto sia stato negativo il bìlancio dei rapporti
tra ebrei e cristiani durante due millenni. Si rileverà
come questo permanere di Israele si accompagni ad un'ininterrotta
creatività spirituale, nel periodo rabbinico,
nel medio evo, e nel tempo moderno, a partire da un
patrimonio che ci fu a lungo comune, tanto che «la
fede e la vita religiosa del popolo ebraico così
come sono professate e vissute ancora oggi (possono)
aiutare a comprendere meglio alcuni aspetti della vita
della chiesa» (Giovanni Paolo II, ibid.). La catechesi,
d'altra parte, dovrà aiutare a comprendere il
significato che ha per gli ebrei, il loro stertninio
negli anni 1939-1945 e le sue conseguenze.
2. La formazione e la catechesi debbono
occuparsi del problema del razzismo, sempre attivo nelle
diverse forme di antisemitismo. Il concilio lo, presenta
nel seguente modo:
«La chiesa inoltre, che condanna
tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore
del patrimonio che essa ha in comune con gli ebrei,
e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità
evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte
le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli
ebrei in ogni tempo e da chiunque» (Nostra aetate,
n.4). E gli Orientamenti e Suggerimenti commentano:
«I legami spirituali e le relazioni storiche che
ricollegano la chiesa all'ebraismo condannano, come
avversi allo spirito stesso del cristianesimo, tutte
le forme di antisemitismo e di discriminazione che,
d'altra parte, la dignità della persona umana
è per se stessa sufficiente a condannare»
VII. Conclusione
L'insegnamento religioso, la catechesi
e la predicazione clebbono formare non solo all'obiettività,
alla giustizia, alla tolleranza, ma anche alla comprensione
e al dialogo. Le nostre clue tradizioni sono troppo
apparentate per ignorarsi. E' necessario incoraggiare
una reciproca conoscenza a tutti i livelli. Si constata
in particolare una penosa ignoranza della storia- e
delle tradizioni dell'ebraismo e sembra a volte che
solo gli aspetti negativi e spesso caricaturali facciano
parte della conoscenza comune di molti cristiani.
Questi Sussidi aspirano a porre rimedio
ad una tale situazione. In modo che il testo del concilio
e gli Orientamenti e Suggerimenti siano più facilmente
e fedelmente realizzati.
Card. GIOVANNI WILLEBRANDS
Presidente
PIERRE DUPREY
Vice-Presidente
JORGE MEJÌA
Segretario
1. Si continua ad utilizzare nel testo
l'espressione Antico Testamento perché tradizionale
(cf. già 2Cor 3,14), ma anche perché «Antico»
non significa né «scaduto» né
«sorpassato», ciò che comunque vuole
essere sottolineato è il suo valore permanente,
quale sorgente della rivelazione (cf. Dei verbum, n.
3)
2. Personaggio di tendenza gnostica
del Il secolo, che rigettò l'Antico Testamento
e una parte del Nuovo, come opera di un dio malvagio,
di un demiurgo. La chiesa ha reagito vigorosamente contro
tale eresia. Cf Ireneo. |