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Presentazione dei Sussidi

 
C. Di Sante
 

Il 24 giugno 1985 è stato pubblicato un documento della S. Sede sotto il titolo Sussidi per una corretta presentazione degli ebrei e dell'ebraismo nella predicazione e nella catechesi. E' stato preparato dalla “Commissione per le relazioni religiose con l'ebraismo”, un organismo sorto nel 1974 all'interno del Segretariato per l'Unità dei Cristiani, presieduto dal Cardinale J. Willebrands. Si tratta di uno strumento di lavoro indispensabile offerto a tutti coloro che, nella chiesa cattolica, operano nel campo della catechesi e della predicazione, perché la Parola possa essere annunciata con maggiore verità ed efficacia.

IL CONTESTO

Il documento rappresenta una delle tappe — e non certamente l'ultima — del cammino di riconciliazione che la chiesa — dopo la tragedia dell'olocausto e dopo il Vaticano II —ha iniziato con il popolo ebraico, passando da un atteggiamento di disprezzo e di persecuzione nei suoi confronti ad uno di conoscenza, di rispetto e di amore. La prima di queste tappe è — per la chiesa cattolica — la Dichiarazione conciliare del Vaticano Il che porta il nome di Nostra Aetate 4, approvata il 28 ottobre 1965, dopo cinque anni di faticoso e tormentato lavoro redazionale. Tale dichiarazione, per la prima volta e con l'autorevolezza di un Concilio, tratta in maniera positiva il problema dei rapporti fra cristiani e ebrei, rompendo de-finitivamente con una prassi quasi bimillenaria di incomprensioni e di persecuzioni e aprendo una nuova era di collaborazione e di dialogo.
La seconda tappa è costituita dalla nascita della “Commissione per le relazioni religiose con l'ebraismo” nel 1974, che ha pubblicato un documento (Orientamenti e Suggerimenti per l'applicazione della dichiarazione conciliare Nostra Aetate 4) che, dopo la Nostra Aetate, è da ritenersi il testo più autorevole e importante nel dialogo ebraico-cristiano. Esso si sviluppa lungo tre direttive (1. il dialogo; 2. la liturgia; 3. l'insegnamento e l'educazione) e fornisce concrete indicazioni per la messa in pratica della dichiarazione conciliare.

IL TESTO

I Sussidi per una corretta presentazione degli ebrei e dell'ebraismo rappresentano la terza tappa, cui ha fatto seguito la recente visita del papa in Sinagoga, la prima dal tempo del protoscisma ad oggi. Come dice il titolo stesso (Sussidi...), il testo ha un carattere eminentemente pratico e nonostante i suoi limiti — alcuni anche notevoli' — raccoglie le acquisizioni principali che, a venti anni della Nostra Aetate, devono ormai entrare a far parte di una nuova mentalità omiletica e catechistica.
Esso si compone di una introduzione e di sette paragrafi l'ultimo dei quali fa da conclusione.
L'introduzione precisa lo scopo del documento che, secondo una citazione tratta da un discorso del S. Padre, è di presentare “gli ebrei e l'ebraismo non solo in maniera onesta ed obiettiva, senza alcun pregiudizio e senza offendere nessuno, ma ancor più con una viva coscienza del patrimonio comune agli ebrei e ai cristiani”. I Sussidi intendono rispondere a questa esigenza di “onestà”, di “obiettività” e di “verità” (“il patrimonio comune”), indicando “cosa dire” e “cosa non dire” perché l'immagine dell'ebraismo cessi, nella predicazione e nella catechesi, di essere deformata e deformante. Sei sono gli aspetti principali sviluppati dai Sussidi e offerti all'attenzione dell'omileta e del catechista in altrettanti paragrafi.
Il legame intrinseco tra chiesa ed ebraismo
Chiesa e sinagoga, cristiani ed ebrei, pur non identificandosi, non si escludono né si oppongono ma si coappartengono, “legati al livello stesso della loro identità”. E' questa l'affermazione centrale del primo paragrafo che espone i principi dottrinali e pastorali sottostanti al dialogo ebraico-cristiano di cui viene sottolineata la necessità teologica e non solo storica, la fecondità pastorale (“l'ebraismo può aiutare a comprendere meglio alcuni aspetti della vita della chiesa”), l'urgenza e l'importanza per sradicare la piaga dell'antisemitismo “sempre pronto a riaffiorare in diverse forme“, e la problematicità legata alla centralità che il Cristo occupa nella concezione cristiana.

Il giusto rapporto tra Antico Testamento e Nuovo Testamento

E' l'argomento del secondo paragrafo in cui si precisa che l'espressione “Antico Testamento non significa né "scaduto" né "sorpassato"... ma permanente, quale sorgente della rivelazione”, e in cui si invita a cogliere l'unità della rivelazione biblica e del disegno divino tra le due alleanze, senza creare indebite fratture tra le due e senza, soprattutto, svuotare la prima a vantaggio della seconda. Pur riproponendo la tipologia come chiave di lettura dell'Antico Testamento, il paragrafo avverte che non si tratta di svalutare l'Antico Testamento ma di presentarne «gli avvenimenti ...non come avvenimenti che riguardano soltanto gli ebrei ma anche noi personalmente... I patriarchi, i profeti e altre figure dell'Antico Testamento sono stati e saranno sempre venerati come santi nella tradizione liturgica sia della chiesa orientale che della chiesa latina”.

L'ebraicità di Gesù e della chiesa primitiva

“Gesù è ebreo e lo è per sempre”. Così inizia il terzo paragrafo che invita a presentare Gesù né fuori l'ebraismo né contro l'ebraismo ma dentro l'ebraismo, in un rapporto vivo e dialettico con la sua realtà. Superando logori e vecchi pregiudizi, questa parte ristabilisce il giusto rapporto di Gesù con la Torah — che non ha rinnegato ma inverato —, con le istituzioni ebraiche — che non ha rifiutato ma, anche se criticamente, accettato —, e soprattutto con i farisei, con i quali ha avuto i rapporti più stretti e dal cui confronto sono derivati molti dei suoi insegnamenti. A proposito dei farisei il paragrafo stabilisce che essi non sono da identificare tout court con i nemici di Gesù e che questi — come Paolo — condivide molto delle loro dottrine e del loro metodo esegetico. “Una presentazione solo negativa dei farisei corre il rischio di essere inesatta e ingiusta. Sebbene si riscontrino nei vangeli e in altre parti del Nuovo Testamento ogni sorta di riferimenti a loro sfavorevoli, essi debbono essere colti nello sfondo di un movimento complesso e diversificato... Il "fariseismo" nel senso peggiorativo del termine può imperversare in ogni religione”.

La giusta interpretazione di alcuni brani neo-testamentari

Questo paragrafo offre i corretti criteri ermeneutici con i quali leggere quei brani nei quali gli ebrei sono presentati in una cattiva luce o sotto veste problematica. Di fronte a questi testi difficili, per non cadere in un antisemitismo inconscio e pericoloso, bisogna rispettare sia la verità storica dei fatti — secondo cui ci sono state reali divergenze tra Gesù e i suoi contemporanei — sia applicare una attenta e sapiente ermeneutica distinguendo le diverse tappe di formazione dei vangeli e quei lo che appartiene a Gesù da quello che va riferito alle polemiche successive. Tra i testi bisognosi di più oculata interpretazione, il paragrafo ricorda soprattutto l'uso giovanneo dell'espressione “gli ebrei” e i testi della passione. A proposito del primo nota che la formula designa, in Giovanni, non tutti gli ebrei ma «i capi» o «gli avversari» di Gesù, mentre a proposito dei secondi ricorda che la responsabilità degli ebrei nei confronti della morte di Gesù non può essere attribuita né a tutti gli ebrei allora viventi né agli ebrei del nostro tempo. A proposito di questa ultima il testo costituisce una vera novità quando afferma, citando il catechismo di Trento, che “i cristiani peccatori sono più colpevoli della morte di Cristo rispetto ad alcuni ebrei che vi presero parte”.

I legami tra liturgia ebraica e cristiana

Il paragrafo richiama l'importanza della preghiera ebraica per comprendere la liturgia cristiana: la Parola, la lode, la struttura della eucaristia, il ciclo delle feste e la categoria-chiave del “memoriale”. Particolarmente importante l'affermazione che la preghiera del Padre Nostro non va presentata come esclusiva novità di Gesù — come si è soliti fare —ma che essa stessa fiorisce sul terreno del patrimonio eucologico ebraico.

II significato teologico della permanenza di Israele

Questo paragrafo fa le seguenti affermazioni importanti:

  1. l'ebraismo non è scomparso con la distruzione del tempio del 70;
  2. la diaspora non va interpretata come un castigo divino ma come “la testimonianza, spesso eroica”, della fedeltà di Israele «all'unico Dio», portando in tutto il mondo la conoscenza del suo Nome;
  3. nella diaspora Israele è stato sempre accompagnato dal ricordo “della terra degli avi”;
  4. la costituzione dello Stato d'Israele e la tragedia dell'olocausto hanno per Israele una rilevanza determinante dalla quale non ci si può non lasciare provocare.
Il documento si conclude con il paragrafo settimo che ribadisce l'urgenza di un nuovo atteggiamento nei confronti dell'ebraismo: “l'insegnamento religioso, la catechesi e la predicazione debbono formare non solo all'obiettività, alla giustizia e alla tolleranza, ma anche alla comprensione e al dialogo. Le nostre due tradizioni sono troppo apparentate per ignorarsi...”
 
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