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PROPOSTE PRATICHE PER PREDICATORI
Per una corretta presentazione dell'ebraismo durante la predicazione d'avvento

 
John T. Pawlikowski
 
Nei commentari dei testi biblici... si metterà in rilievo la continuità della nostra fede in rapporto a quella dell'antica alleanza, alla luce delle promesse. Noi crediamo che queste promesse si sono realizzate con la prima venuta del Cristo; è anche vero, però, che siamo ancora nell'attesa del loro perfetto compimento... (Sussidi II)
 

A causa delle molte letture tratte dai Profeti delle Scritture ebraiche, il periodo dell'avvento è quello in cui è più facile nelle omelie sminuire la permanente validità dell'alleanza ebraica di cui parlano i Sussidi. Dalla maggior parte dell'assemblea queste letture vengono così interpretate: Gesù, di cui noi celebriamo la venuta a Natale, è la piena realizzazione degli annunci di promessa e di speranza degli scritti antico-testamentari. Se la comunità ebraica non è stata capace di questo riconoscimento, ciò è stato a causa della sua cecità spirituale. In questa prospettiva la nascita di Gesù è vista come l'inaugurazione del « futuro escatologico » annunciato da Isaia e da Geremia nelle letture dell'avvento.

In realtà molte letture profetiche dell'avvento danno l'impressione che al tempo della nascita di Gesù Israele si sentiva in colpa per i peccati commessi contro l'alleanza e che era come sopraffatto dall'angoscia. Certamente si registrava un diffuso desiderio di liberazione. Baruch invita Gerusalemme a « spogliarsi dei vestiti di sofferenza e di miseria » mentre Isaia parla dell'imminente espiazione della colpa di Israele. Ascoltando queste parole senza adeguate spiegazioni, il partecipante cattolico medio — che ha dietro di sé tanti stereotipi sul vuoto spirituale dell'ebraismo e sulla sofferenza del popolo ebraico come punizione divina —conclude facilmente che la venuta di Gesù rappresenta la liberazione dal fallimento e dalla colpa dell'ebraismo. Ugualmente qualche affermazione di Isaia sulla casa di David che mette alla prova Dio stesso e sul popolo « che camminava nelle tenebre » può creare, tra i partecipanti alla celebrazione, un esagerato sentimento della colpevolezza ebraica. Da pericopi come queste sorge facilmente l'impressione — che, sfortunatamente, molti omileti hanno espressamente incoraggiato — che l'ebraismo era incapace di qualsiasi rinnovamento spirituale, se non per mezzo di un messia chiaramente identificato con Gesù.

I profeti e la nascita di Gesù

II modo con cui la chiesa ha selezionato e ordinato le letture dell'avvento può inoltre ingenerare la convinzione che i profeti avevano previsto chiaramente i dettagli della nascita di Gesù e che le loro profezie erano dirette primieramente alla descrizione di tale evento e periodo. Per es. Michea parla del sovrano di Israele che viene da Bethlehem-Efrata. Come pure si trovano molti riferimenti al re David — dalla cui linea viene fatto discendere Gesù —e alla vergine che avrebbe generato un figlio. Il messaggio sottinteso trasmesso sembra essere questo: chi comprende le Scritture ebraiche non può non riconoscere in Gesù l'arrivo del messia ebreo tanto lungamente atteso.

Qui i predicatori si trovano alle prese con un problema molto serio. L'esegesi implicita di questi testi profetici, così come i liturgisti li hanno disposti, non si accorda con le affermazioni di molti studiosi di teologia e di cristologia e degli stessi Sussidi, per i quali l'alleanza ebraica conserva la sua permanente validità anche dopo Cristo e la chiesa deve considerare il popolo ebraico come un partner nel processo salvifico. I Sussidi sembrano confermare questo modello teologico, e un esegeta come J.L. McKenzie ha affermato categoricamente che Gesù ha reinterpretato la messianicità ebraica: « la realtà di Gesù messia, nell'Antico Testamento, non viene mai affermata » (A Theology of the Old Testament, pp. 31-32). Ne consegue che non si può affermare che gli ebrei non hanno riconosciuto la messianicità di Gesù e del suo ministero a causa della loro presunta cecità spirituale.

Il valore proprio dell'Antico Testamento

Questo modo di interpretare erroneamente i profeti, come se avessero previsto la nascita di Gesù, rientra nel più esteso processo di cattiva appropriazione delle Scritture ebraiche da parte cristiana. Gli stessi Sussidi ricadono in questo tranello, nonostante alcune affermazioni molto coraggiose. Comunque non è senza significato il silenzio di Giovanni Paolo II sulle sezioni dei Sussidi riguardanti « l'adempimento». Ricevendo i partecipanti al Simposio per i 20 anni della Nostra Aetate (ottobre 1985) il sommo Pontefice ha sottolineato altre parti alposto del tema dell'adempimento. Noi abbiamo l'abitudine di guardare alle Scritture ebraiche come sottofondo o preludio al Nuovo Testamento e non siamo capaci di apprezzarle nella ricchezza spirituale che è loro propria. Non è questo lo spirito della Nostra Aetate, che Giovanni Paolo Il ha richiamato nel suo discorso indirizzato alla comunità ebraica di Maenza nella Germania occidentale: « deve essere fatto ogni sforzo per comprendere meglio tutto ciò che nell'Antico Testamento ha il suo valore proprio e permanente... dal momento che questo valore non è stato annullato dalle successive interpretazioni neotestamentarie.”

Tre criteri contro l'antigiudaismo

Per ridurre il potenziale anti-giudaico di molti dei brani del periodo d'avvento, il predicatore terrà presente alcuni punti precisi. Innanzitutto porrà l'accento sul fatto che i profeti si rivolgevano primieramente ai loro contemporanei. Di conseguenza il loro intento non era né di annunciare il futuro né di annunciare in anticipo la nascita di Gesù. Parlando in nome di Dio — è questo il significato del termine « profeta » — e con la stessa autorità divina, essi sentivano l'obbligo di richiamare i contemporanei ai loro doveri derivanti dall'alleanza con Dio. Preoccupati delle conseguenze negative causate dall'alleanza infranta dall'infedeltà del partner umano, essi speravano di vincere questa alienazione ricordando al popolo le terribili conseguenze cui andava incontro ignorando i loro avvertimenti. Nello stesso tempo promettevano una nuova abbondanza di grazia in caso di conversione.

Il secondo punto su cui la predicazione dovrà insistere è che una risposta adeguata alla critica profetica c'è stata anche prima della venuta di Gesù. La ricostruzione del tempio di Gerusalemme e la crescita rapida del movimento farisaico nei secoli precedenti Gesù mostrano con chiarezza la serietà con la quale Israele ha accolto gli annunci profetici. Il popolo comprese che l'esperienza dolorosa dell'esilio era un castigo per i suoi peccati. Inoltre molti leaders ebrei, ammaestrati dagli insegnamenti profetici, erano decisi a far sì che una simile esperienza dolorosa non si ripetesse mai più. A ciò va aggiunto che il periodo nel quale Gesù visse e predicò era caratterizzato da una rinascita della spiritualità ebraica. In realtà il periodo del Secondo Tempio è stato, sia per l'ebraismo che per la chiesa nascente, un tempo in cui si andava realizzando la promessa profetica di una nuova irruzione della grazia divina. Per questo era logico per gli evangelisti parlare della venuta di Gesù con le categorie del giudizio e della promessa. Certamente Gesù, agli occhi del cristiano, è una nuova espressione della grazia divina, nel cui ministero e nella cui persona si cancella l'alienazione tra Dio e il suo popolo di cui si preoccupavano i profeti. Ma è legittimo applicare queste parole agli sforzi di rinnovamento che ugualmente si iegistrano all'interno dell'ebraismo. Anche se la chiesa e la sinagoga — per motivi forse necessari — sono finite per percorrere ciascuna la propria strada, ciò non toglie che rappresentano ambedue una risposta seria e costruttiva — anche se l'una diversa dall'altra — agli appelli profetici di fedeltà all'alleanza. Contrariamente all'opinione che nella chiesa è corrente, la comunità cristiana non è stata la sola a rispondere agli appelli di Baruch, di Geremia, di Isaia e delle altre voci profetiche.

Infine la predicazione del tempo d'avvento dovrebbe illuminare il mistero dell'incarnazione. Si tratta di una dottrina esclusivamente cristiana ma essa ha le sue radici già nella crescente sensibilità del movimento farisaico per il tema della intimità di Dio con l'umanità. In ogni modo la fede nell'incarnazione in nessun modo cancella automaticamente il significato permanente dell'ebraismo. E' vero che per la chiesa l'intervento di Dio nel Cristo è decisivo e definitivo ai fini della salvezza dell'uomo. Ma questo — e ciò deve essere sottolineato nelle omelie d'avvento — non coincide con l'avvento del regno messianico come inteso nell'ebraismo, come ha ricordato precedentemente l'esegeta McKenzie. Se Gesù è messia, lo è in un senso nuovo, per cui se il popolo ebraico ha rifiutato Gesù o non ha colto il legame tra la sua persona e il regno messianico, non si può dire che sia a causa della sua « cecità n. E' noto che la teologia cristiana ha sempre più messo l'accento sulla dimensione del « non ancora » dell'evento cristologico. Ciò vuol dire che il regno messianico resta ancora davanti a noi, sia cristiani che ebrei. Poiché comune è l'attesa e comune l'impegno, i brani profetici letti durante l'avvento possono diventare, per la chiesa, una nuova occasione per tendere la mano al popolo ebraico e riconoscerlo come partner nella costruzione del regno escatologico.

Una simile cooperazione è soprattutto opportuna nel campo della giustizia, come ha ricordato espressamente Giovanni Paolo Il nella sua visita alla Germania occidentale: « ebrei e cristiani, in quanto figli di Abramo, sono chiamati ad essere una benedizione per il mondo (cfr. Gen 12.2ss) impegnandosi insieme per la pace e la giustizia in mezzo a tutti gli altri individui e popoli ».

Poiché, da un punto di vista cristiano, ebrei e cristiani partecipano della stessa alleanza divina (cfr. Rm 11,29), la loro reciproca attesa del regno si potrà realizzare pienamente solo attraverso la loro comune azione. Questo deve diventare un motivo centrale delle omelie d'avvento. Il popolo ebraico, la cui grande letteratura profetica stimola il nostro impegno di fede, deve essere visto come partner e non come antagonista in questo sogno messianico che celebriamo durante il periodo d'avvento e di Natale.

 
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