A causa delle molte letture tratte dai Profeti delle Scritture ebraiche, il
periodo dell'avvento è quello in cui è
più facile nelle omelie sminuire la permanente
validità dell'alleanza ebraica di cui parlano
i Sussidi. Dalla maggior parte dell'assemblea queste
letture vengono così interpretate: Gesù,
di cui noi celebriamo la venuta a Natale, è
la piena realizzazione degli annunci di promessa e
di speranza degli scritti antico-testamentari. Se
la comunità ebraica non è stata capace
di questo riconoscimento, ciò è stato
a causa della sua cecità spirituale. In questa
prospettiva la nascita di Gesù è vista
come l'inaugurazione del « futuro escatologico
» annunciato da Isaia e da Geremia nelle letture
dell'avvento.
In realtà molte letture profetiche dell'avvento
danno l'impressione che al tempo della nascita di
Gesù Israele si sentiva in colpa per i peccati
commessi contro l'alleanza e che era come sopraffatto
dall'angoscia. Certamente si registrava un diffuso
desiderio di liberazione. Baruch invita Gerusalemme
a « spogliarsi dei vestiti di sofferenza e di
miseria » mentre Isaia parla dell'imminente
espiazione della colpa di Israele. Ascoltando queste
parole senza adeguate spiegazioni, il partecipante
cattolico medio — che ha dietro di sé
tanti stereotipi sul vuoto spirituale dell'ebraismo
e sulla sofferenza del popolo ebraico come punizione
divina —conclude facilmente che la venuta di
Gesù rappresenta la liberazione dal fallimento
e dalla colpa dell'ebraismo. Ugualmente qualche affermazione
di Isaia sulla casa di David che mette alla prova
Dio stesso e sul popolo « che camminava nelle
tenebre » può creare, tra i partecipanti
alla celebrazione, un esagerato sentimento della colpevolezza
ebraica. Da pericopi come queste sorge facilmente
l'impressione — che, sfortunatamente, molti
omileti hanno espressamente incoraggiato — che
l'ebraismo era incapace di qualsiasi rinnovamento
spirituale, se non per mezzo di un messia chiaramente
identificato con Gesù.
I profeti e la nascita di Gesù
II modo con cui la chiesa ha selezionato e ordinato
le letture dell'avvento può inoltre ingenerare
la convinzione che i profeti avevano previsto chiaramente
i dettagli della nascita di Gesù e che le loro
profezie erano dirette primieramente alla descrizione
di tale evento e periodo. Per es. Michea parla del
sovrano di Israele che viene da Bethlehem-Efrata.
Come pure si trovano molti riferimenti al re David
— dalla cui linea viene fatto discendere Gesù
—e alla vergine che avrebbe generato un figlio.
Il messaggio sottinteso trasmesso sembra essere questo:
chi comprende le Scritture ebraiche non può
non riconoscere in Gesù l'arrivo del messia
ebreo tanto lungamente atteso.
Qui i predicatori si trovano alle prese con un problema
molto serio. L'esegesi implicita di questi testi profetici,
così come i liturgisti li hanno disposti, non
si accorda con le affermazioni di molti studiosi di
teologia e di cristologia e degli stessi Sussidi,
per i quali l'alleanza ebraica conserva la sua permanente
validità anche dopo Cristo e la chiesa deve
considerare il popolo ebraico come un partner nel
processo salvifico. I Sussidi sembrano confermare
questo modello teologico, e un esegeta come J.L. McKenzie
ha affermato categoricamente che Gesù ha reinterpretato
la messianicità ebraica: « la realtà
di Gesù messia, nell'Antico Testamento, non
viene mai affermata » (A Theology of the Old
Testament, pp. 31-32). Ne consegue che non si può
affermare che gli ebrei non hanno riconosciuto la
messianicità di Gesù e del suo ministero
a causa della loro presunta cecità spirituale.
Il valore proprio dell'Antico Testamento
Questo modo di interpretare erroneamente i profeti,
come se avessero previsto la nascita di Gesù,
rientra nel più esteso processo di cattiva
appropriazione delle Scritture ebraiche da parte cristiana.
Gli stessi Sussidi ricadono in questo tranello, nonostante
alcune affermazioni molto coraggiose. Comunque non
è senza significato il silenzio di Giovanni
Paolo II sulle sezioni dei Sussidi riguardanti «
l'adempimento». Ricevendo i partecipanti al
Simposio per i 20 anni della Nostra Aetate (ottobre
1985) il sommo Pontefice ha sottolineato altre parti
alposto del tema dell'adempimento. Noi abbiamo l'abitudine
di guardare alle Scritture ebraiche come sottofondo
o preludio al Nuovo Testamento e non siamo capaci
di apprezzarle nella ricchezza spirituale che è
loro propria. Non è questo lo spirito della
Nostra Aetate, che Giovanni Paolo Il ha richiamato
nel suo discorso indirizzato alla comunità
ebraica di Maenza nella Germania occidentale: «
deve essere fatto ogni sforzo per comprendere meglio
tutto ciò che nell'Antico Testamento ha il
suo valore proprio e permanente... dal momento che
questo valore non è stato annullato dalle successive
interpretazioni neotestamentarie.”
Tre criteri contro l'antigiudaismo
Per ridurre il potenziale anti-giudaico di molti
dei brani del periodo d'avvento, il predicatore terrà
presente alcuni punti precisi. Innanzitutto porrà
l'accento sul fatto che i profeti si rivolgevano primieramente
ai loro contemporanei. Di conseguenza il loro intento
non era né di annunciare il futuro né
di annunciare in anticipo la nascita di Gesù.
Parlando in nome di Dio — è questo il
significato del termine « profeta » —
e con la stessa autorità divina, essi sentivano
l'obbligo di richiamare i contemporanei ai loro doveri
derivanti dall'alleanza con Dio. Preoccupati delle
conseguenze negative causate dall'alleanza infranta
dall'infedeltà del partner umano, essi speravano
di vincere questa alienazione ricordando al popolo
le terribili conseguenze cui andava incontro ignorando
i loro avvertimenti. Nello stesso tempo promettevano
una nuova abbondanza di grazia in caso di conversione.
Il secondo punto su cui la predicazione dovrà
insistere è che una risposta adeguata alla
critica profetica c'è stata anche prima della
venuta di Gesù. La ricostruzione del tempio
di Gerusalemme e la crescita rapida del movimento
farisaico nei secoli precedenti Gesù mostrano
con chiarezza la serietà con la quale Israele
ha accolto gli annunci profetici. Il popolo comprese
che l'esperienza dolorosa dell'esilio era un castigo
per i suoi peccati. Inoltre molti leaders ebrei, ammaestrati
dagli insegnamenti profetici, erano decisi a far sì
che una simile esperienza dolorosa non si ripetesse
mai più. A ciò va aggiunto che il periodo
nel quale Gesù visse e predicò era caratterizzato
da una rinascita della spiritualità ebraica.
In realtà il periodo del Secondo Tempio è
stato, sia per l'ebraismo che per la chiesa nascente,
un tempo in cui si andava realizzando la promessa
profetica di una nuova irruzione della grazia divina.
Per questo era logico per gli evangelisti parlare
della venuta di Gesù con le categorie del giudizio
e della promessa. Certamente Gesù, agli occhi
del cristiano, è una nuova espressione della
grazia divina, nel cui ministero e nella cui persona
si cancella l'alienazione tra Dio e il suo popolo
di cui si preoccupavano i profeti. Ma è legittimo
applicare queste parole agli sforzi di rinnovamento
che ugualmente si iegistrano all'interno dell'ebraismo.
Anche se la chiesa e la sinagoga — per motivi
forse necessari — sono finite per percorrere
ciascuna la propria strada, ciò non toglie
che rappresentano ambedue una risposta seria e costruttiva
— anche se l'una diversa dall'altra —
agli appelli profetici di fedeltà all'alleanza.
Contrariamente all'opinione che nella chiesa è
corrente, la comunità cristiana non è
stata la sola a rispondere agli appelli di Baruch,
di Geremia, di Isaia e delle altre voci profetiche.
Infine la predicazione del tempo d'avvento dovrebbe
illuminare il mistero dell'incarnazione. Si tratta
di una dottrina esclusivamente cristiana ma essa ha
le sue radici già nella crescente sensibilità
del movimento farisaico per il tema della intimità
di Dio con l'umanità. In ogni modo la fede
nell'incarnazione in nessun modo cancella automaticamente
il significato permanente dell'ebraismo. E' vero che
per la chiesa l'intervento di Dio nel Cristo è
decisivo e definitivo ai fini della salvezza dell'uomo.
Ma questo — e ciò deve essere sottolineato
nelle omelie d'avvento — non coincide con l'avvento
del regno messianico come inteso nell'ebraismo, come
ha ricordato precedentemente l'esegeta McKenzie. Se
Gesù è messia, lo è in un senso
nuovo, per cui se il popolo ebraico ha rifiutato Gesù
o non ha colto il legame tra la sua persona e il regno
messianico, non si può dire che sia a causa
della sua « cecità n. E' noto che la
teologia cristiana ha sempre più messo l'accento
sulla dimensione del « non ancora » dell'evento
cristologico. Ciò vuol dire che il regno messianico
resta ancora davanti a noi, sia cristiani che ebrei.
Poiché comune è l'attesa e comune l'impegno,
i brani profetici letti durante l'avvento possono
diventare, per la chiesa, una nuova occasione per
tendere la mano al popolo ebraico e riconoscerlo come
partner nella costruzione del regno escatologico.
Una simile cooperazione è soprattutto opportuna
nel campo della giustizia, come ha ricordato espressamente
Giovanni Paolo Il nella sua visita alla Germania occidentale:
« ebrei e cristiani, in quanto figli di Abramo,
sono chiamati ad essere una benedizione per il mondo
(cfr. Gen 12.2ss) impegnandosi insieme per la pace
e la giustizia in mezzo a tutti gli altri individui
e popoli ».
Poiché, da un punto di vista cristiano, ebrei
e cristiani partecipano della stessa alleanza divina
(cfr. Rm 11,29), la loro reciproca attesa del regno
si potrà realizzare pienamente solo attraverso
la loro comune azione. Questo deve diventare un motivo
centrale delle omelie d'avvento. Il popolo ebraico,
la cui grande letteratura profetica stimola il nostro
impegno di fede, deve essere visto come partner e
non come antagonista in questo sogno messianico che
celebriamo durante il periodo d'avvento e di Natale.