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PROPOSTE PRATICHE PER PREDICATORI
Gesù e le sue radici Ebraiche

 
Etienne Ostier - Omelia
 
La tradizione ebraica fa comprendere meglio il testo evangelico
 

L'indomani di Natale, la tradizione vuole che ci si soffermi di preferenza sulla Famiglia di Nazareth, e in generale sul tema della famiglia. Per una volta, vorrei uscire dalla tradizione: e nella scia del Natale, riscoprire con voi un aspetto importate del mistero dell'Incarnazione. Un aspetto la cui evocazione e il cui ricordo talvolta disturbano: e l'importanza e il significato del quale vengono quindi raramente messi in rilievo.

Vorrei parlarvi, cioè, dei vincoli che legavano Gesù alla sua famiglia nazionale e religiosa. All'inizio del suo vangelo, san Giovanni ha scritto: « Il Verbo si è fatto carne ». Avrebbe benissimo potuto scrivere pure: « Il Verbo, l'eterna e vivente Parola di Dio, si è fatto un uomo ebreo ».
Gesù è stato ebreo. Gesù è diventato uomo in seno al popolo ebreo, in una famiglia ebrea. Come famiglia carnale e spirituale, Gesù ha avuto non solo Maria e Giuseppe, ma l'intero popolo ebreo, l'intera storia del popolo ebreo, da Abramo fino a Giovanni Battista.

Queste evidenze storiche e teologiche vengono per così dire illustrate dal testo di Luca che abbiamo ricordato.

Gesù ha dodici anni. Sale in pellegrinaggio a Gerusalemme per celebrarvi la Pasqua. Ha circa l'età della Bar Mitzva, quella cioè in cui i giovani ebrei divengono religiosamente maggiorenni. Verso i 12 o 14 anni, infatti, i figli d'Israele divengono « figli del comandamento » (significato della Bar Mitzva), comportante l'impegno di osservare nella vita quotidiana tutte le prescrizioni date da Dio ad Israele, in segno della sua alleanza.

Gesù compie il pellegrinaggio verso. Gerusalemme con Maria e Giuseppe: ma questo pellegrinaggio non ha nulla di privato. La piccola cellula familiare di Maria-Giuseppe-Gesù si trova in osmosi con una folla numerosa: tutti i pii ebrei di Nazareth e dintorni. E i componenti di questa folla costituiscono a tal punto la grande famiglia di Gesù, che per un'intera giornata Maria e Giuseppe non si preoccuperanno affatto di sapere con chi potesse star camminando il loro figliuolo.

A Gerusalemme, durante la settimana pasquale, il fanciullo Gesù fraternizzerà con altri giovani ebrei venuti da ogni parte del mondo (cf. At 2,5-13). Pasqua è la grande festa nazionale e religiosa, di cui Giuseppe gli ha indubbiamente spiegato il profondo significato, secondo l'esplicita prescrizione fatta dalla Legge di Dio ad ogni padre di famiglia (cf. Dt 6,20-25). Pasqua rappresenta un po' il sacramento della liberazione dall'Egitto, il passaggio dalla schiavitù degli uomini alla libertà nel servizio di Dio, il costante trapasso dalle tenebre alla luce, dalla tristezza alla gioia che viene da Dio. Tutti convergono dunque verso il Tempio, il Luogo sacro ed unico scelto da Dio per attestare la sua presenza salvifica. E' il luogo della lode e dei sacrifici; il luogo della raccolta del popolo di Dio, già disperso per il mondo. E' il luogo in cui cominciano a venire gli stessi pagani, per adorarvi l'unico Dio.

Il Tempio è anche un luogo di studio e d'insegnamento. E nel recinto del Tempio, a quel che pare, vi è anche una sinagoga, dove si studia, commenta ed interpreta la Torah, la Rivelazione di Dio ad Israele.
Gesù giovinetto rimarrà nel Tempio senza che i suoi genitori se ne avvedano. Abbiamo sentito: « Dopo tre giorni, lo ritrovarono nel Tempio, seduto in mezzo ai dottori, ascoltandoli ed interrogandoli... ». Ma perché mai Gesù è rimasto nel Tempio, mentre tutti i suoi se ne ripartivano per Nazareth?

La cosa più semplice da immaginare è che vi sia rimasto precisamente per ascoltare i dottori della Legge e per rivolger loro domande. Osiamo dire che è rimasto nel Tempio per istruirsi nella Torah di Dio. Dico bene: per istruirsi!

Noi siamo spesso condizionati da una sequela di immagini, che accentuano eccessivamente il carattere prodigioso di questo incontro di Gesù con i dottori della Legge.

In primo luogo, ipotizziamo una forma eccezionale d'incontro fra dottori della Legge e ragazzi. Ma no! Nelle case di studio della Torah è cosa normale che tutte le età si incontrino familiarmente, dal bimbo di 8 anni fino al vegliardo. Tutti studiano fianco a fianco, e questa tradizione continua anche ai giorni nostri. lo stesso ho visto con i miei occhi, nel quartiere religioso di Gerusalemme, questo singolare agglomerato di persone di ogni età, ciascuna delle quali leggeva a mezza voce i testi tradizionali e ne discuteva col proprio vicino. Di per sé. dunque, un fanciullo seduto fra i dottori della Legge non costituisce un fatto eccezionale.

In secondo luogo. immaginiamo un Gesù dodicenne che fa la lezione ai dottori di Gerusalemme. Ma non è questo che dice il testo di Luca! E' molto più semplice. Il fanciullo ascolta i maestri, rivolge loro domande, e ne ascolta le risposte. A conclusione del racconto, del resto, Luca rileverà che «...Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia sotto lo sguardo di Dio e degli uomini » (Luca, 2,52).

Perché allora immaginare che Gesù sia cresciuto in sapienza e nella conoscenza delle cose di Dio, senza dover nulla a Maria ed a Giuseppe, e nemmeno alla sinagoga di Nazareth e ai dottori di Gerusalemme?

Sicuro: nel tempio, il fanciullo Gesù cerca d'istruirsi, è avido d'approfondire una conoscenza religiosa trasmessa in gran parte mediante tradizioni orali e oggetto di discussioni comunitarie. Gesù è rimasto nel Tempio per crescere in saggezza, per assimilare personalmente la tradizione religiosa d'Israele, per allargare l'intima conoscenza delle vie attraverso le quali Dio si rivela, si dona e cerca di condurre tutti gli uomini alla salvezza mediante il singolare destino d'Israele, suo popolo.

Ma allora, se è così semplice, che cosa ci rivela di straordinario questa permanenza di Gesù nel Tempio? Non starei forse esagerando nei ricondurre Gesù alla comune misura d'un qualsiasi ragazzo ebreo suo contemporaneo?

Non lo credo. Ma restano da definire due punti essenziali.

Innanzi tutto, in questo episodio Gesù manifesta una comprensione delle cose di Dio eccezionale in un fanciullo dodicenne. Non sa tutto, ma comprende ogni cosa con straordinaria profondità. « Tutti quelli che l'ascoltavano rimanevano stupiti della sua intelligenza e delle sue risposte» (Lo 2,47). Luca non ha mai scritto che Gesù sapeva tutto in anticipo: Gesù si è nutrito della tradizione ebraica, scritta ed orale...: se ne è nutrito come nessuno altro mai! Poi — e soprattutto — questo desiderio di conoscere, questa avidità di assimilare la Torah, questa penetrazione profonda delle cose di Dio. traduce un intimo segreto - il Suo Segreto. Un Segreto difficile da esprimere e da trasmettere, perfino a Giuseppe, perfino a Maria...

L'avidità di Gesù nei riguardi della Parola di Dio affidata ad Israele, procede da un'intima intuizione. V'è una corrispondenza inaudita fra questa divina Parola che egli ascolta e studia, e ciò che il Fanciullo percepisce nel più profondo dell'essere. Gesù si riconosce perfettamente in questa Parola di Dio, che ha generato e formato il popolo d'Israele. Si riconosce nella Parola di Dio, e cioè nel proprio Padre! E' questo, infatti, che risponde a Maria e Giuseppe: «Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Le. 2.49).

In Gesù vi è come una percezione intuitiva, immediata, del Dio di Abramo, d'Isacco e di Giacobbe. Percezione intuitiva che non esclude affatto, ma anzi acuisce ancor più, il bisogno, la sete di imparare, d'ascoltare, di chiedere.

E' un'intuizione filiale, In ogni suo atto. Gesù percepisce la sua totale appartenenza a Dio: sente di venire da Lui, d'avere in Dio la sua origine. E' questo il suo più intimo segreto, la sua assoluta originalità. E il suo Dio è anche Suo Padre: in un senso talmente intenso, talmente inaudito, da farlo sentire dentro la Parola. Nel cuore del Tempio del Dio d'Israele. Nel Padre...
Sono cose difficili da comprendere. Maria e Giuseppe, infatti, non le compresero (Lc 2,50). Ma «...Maria conservava queste cose nel cuore», in attesa del giorno in cui Dio le rendesse chiare. Facciamo altrettanto anche noi, con Lei (Ho trovato una breve ed Illuminante esegesi di Luca 2,40-52 In un recente libro del Pastore Charles L'Eplattenlert Lecture de févangde de Luc. Desciée 1982 Tuttavia divergo da lui nel modo di considerare c la Legge di Mose nel Vangelo lucano.)

 
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