L'indomani di Natale, la tradizione vuole che ci si soffermi di preferenza
sulla Famiglia di Nazareth, e in generale sul tema
della famiglia. Per una volta, vorrei uscire dalla
tradizione: e nella scia del Natale, riscoprire con
voi un aspetto importate del mistero dell'Incarnazione.
Un aspetto la cui evocazione e il cui ricordo talvolta
disturbano: e l'importanza e il significato del quale
vengono quindi raramente messi in rilievo.
Vorrei parlarvi, cioè, dei vincoli che legavano
Gesù alla sua famiglia nazionale e religiosa.
All'inizio del suo vangelo, san Giovanni ha scritto:
« Il Verbo si è fatto carne ».
Avrebbe benissimo potuto scrivere pure: « Il
Verbo, l'eterna e vivente Parola di Dio, si è
fatto un uomo ebreo ».
Gesù è stato ebreo. Gesù è
diventato uomo in seno al popolo ebreo, in una famiglia
ebrea. Come famiglia carnale e spirituale, Gesù
ha avuto non solo Maria e Giuseppe, ma l'intero popolo
ebreo, l'intera storia del popolo ebreo, da Abramo
fino a Giovanni Battista.
Queste evidenze storiche e teologiche vengono per
così dire illustrate dal testo di Luca che
abbiamo ricordato.
Gesù ha dodici anni. Sale in pellegrinaggio
a Gerusalemme per celebrarvi la Pasqua. Ha circa l'età
della Bar Mitzva, quella cioè in cui i giovani
ebrei divengono religiosamente maggiorenni. Verso
i 12 o 14 anni, infatti, i figli d'Israele divengono
« figli del comandamento » (significato
della Bar Mitzva), comportante l'impegno di osservare
nella vita quotidiana tutte le prescrizioni date da
Dio ad Israele, in segno della sua alleanza.
Gesù compie il pellegrinaggio verso. Gerusalemme
con Maria e Giuseppe: ma questo pellegrinaggio non
ha nulla di privato. La piccola cellula familiare
di Maria-Giuseppe-Gesù si trova in osmosi con
una folla numerosa: tutti i pii ebrei di Nazareth
e dintorni. E i componenti di questa folla costituiscono
a tal punto la grande famiglia di Gesù, che
per un'intera giornata Maria e Giuseppe non si preoccuperanno
affatto di sapere con chi potesse star camminando
il loro figliuolo.
A Gerusalemme, durante la settimana pasquale, il
fanciullo Gesù fraternizzerà con altri
giovani ebrei venuti da ogni parte del mondo (cf.
At 2,5-13). Pasqua è la grande festa nazionale
e religiosa, di cui Giuseppe gli ha indubbiamente
spiegato il profondo significato, secondo l'esplicita
prescrizione fatta dalla Legge di Dio ad ogni padre
di famiglia (cf. Dt 6,20-25). Pasqua rappresenta un
po' il sacramento della liberazione dall'Egitto, il
passaggio dalla schiavitù degli uomini alla
libertà nel servizio di Dio, il costante trapasso
dalle tenebre alla luce, dalla tristezza alla gioia
che viene da Dio. Tutti convergono dunque verso il
Tempio, il Luogo sacro ed unico scelto da Dio per
attestare la sua presenza salvifica. E' il luogo della
lode e dei sacrifici; il luogo della raccolta del
popolo di Dio, già disperso per il mondo. E'
il luogo in cui cominciano a venire gli stessi pagani,
per adorarvi l'unico Dio.
Il Tempio è anche un luogo di studio e d'insegnamento.
E nel recinto del Tempio, a quel che pare, vi è
anche una sinagoga, dove si studia, commenta ed interpreta
la Torah, la Rivelazione di Dio ad Israele.
Gesù giovinetto rimarrà nel Tempio senza
che i suoi genitori se ne avvedano. Abbiamo sentito:
« Dopo tre giorni, lo ritrovarono nel Tempio,
seduto in mezzo ai dottori, ascoltandoli ed interrogandoli...
». Ma perché mai Gesù è
rimasto nel Tempio, mentre tutti i suoi se ne ripartivano
per Nazareth?
La cosa più semplice da immaginare è
che vi sia rimasto precisamente per ascoltare i dottori
della Legge e per rivolger loro domande. Osiamo dire
che è rimasto nel Tempio per istruirsi nella
Torah di Dio. Dico bene: per istruirsi!
Noi siamo spesso condizionati da una sequela di immagini,
che accentuano eccessivamente il carattere prodigioso
di questo incontro di Gesù con i dottori della
Legge.
In primo luogo, ipotizziamo una forma eccezionale
d'incontro fra dottori della Legge e ragazzi. Ma no!
Nelle case di studio della Torah è cosa normale
che tutte le età si incontrino familiarmente,
dal bimbo di 8 anni fino al vegliardo. Tutti studiano
fianco a fianco, e questa tradizione continua anche
ai giorni nostri. lo stesso ho visto con i miei occhi,
nel quartiere religioso di Gerusalemme, questo singolare
agglomerato di persone di ogni età, ciascuna
delle quali leggeva a mezza voce i testi tradizionali
e ne discuteva col proprio vicino. Di per sé.
dunque, un fanciullo seduto fra i dottori della Legge
non costituisce un fatto eccezionale.
In secondo luogo. immaginiamo un Gesù dodicenne
che fa la lezione ai dottori di Gerusalemme. Ma non
è questo che dice il testo di Luca! E' molto
più semplice. Il fanciullo ascolta i maestri,
rivolge loro domande, e ne ascolta le risposte. A
conclusione del racconto, del resto, Luca rileverà
che «...Gesù cresceva in sapienza, in
statura e in grazia sotto lo sguardo di Dio e degli
uomini » (Luca, 2,52).
Perché allora immaginare che Gesù
sia cresciuto in sapienza e nella conoscenza delle
cose di Dio, senza dover nulla a Maria ed a Giuseppe,
e nemmeno alla sinagoga di Nazareth e ai dottori di
Gerusalemme?
Sicuro: nel tempio, il fanciullo Gesù cerca
d'istruirsi, è avido d'approfondire una conoscenza
religiosa trasmessa in gran parte mediante tradizioni
orali e oggetto di discussioni comunitarie. Gesù
è rimasto nel Tempio per crescere in saggezza,
per assimilare personalmente la tradizione religiosa
d'Israele, per allargare l'intima conoscenza delle
vie attraverso le quali Dio si rivela, si dona e cerca
di condurre tutti gli uomini alla salvezza mediante
il singolare destino d'Israele, suo popolo.
Ma allora, se è così semplice, che
cosa ci rivela di straordinario questa permanenza
di Gesù nel Tempio? Non starei forse esagerando
nei ricondurre Gesù alla comune misura d'un
qualsiasi ragazzo ebreo suo contemporaneo?
Non lo credo. Ma restano da definire due punti essenziali.
Innanzi tutto, in questo episodio Gesù manifesta
una comprensione delle cose di Dio eccezionale in
un fanciullo dodicenne. Non sa tutto, ma comprende
ogni cosa con straordinaria profondità. «
Tutti quelli che l'ascoltavano rimanevano stupiti
della sua intelligenza e delle sue risposte»
(Lo 2,47). Luca non ha mai scritto che Gesù
sapeva tutto in anticipo: Gesù si è
nutrito della tradizione ebraica, scritta ed orale...:
se ne è nutrito come nessuno altro mai! Poi
— e soprattutto — questo desiderio di
conoscere, questa avidità di assimilare la
Torah, questa penetrazione profonda delle cose di
Dio. traduce un intimo segreto - il Suo Segreto. Un
Segreto difficile da esprimere e da trasmettere, perfino
a Giuseppe, perfino a Maria...
L'avidità di Gesù nei riguardi della
Parola di Dio affidata ad Israele, procede da un'intima
intuizione. V'è una corrispondenza inaudita
fra questa divina Parola che egli ascolta e studia,
e ciò che il Fanciullo percepisce nel più
profondo dell'essere. Gesù si riconosce perfettamente
in questa Parola di Dio, che ha generato e formato
il popolo d'Israele. Si riconosce nella Parola di
Dio, e cioè nel proprio Padre! E' questo, infatti,
che risponde a Maria e Giuseppe: «Non sapevate
che devo occuparmi delle cose del Padre mio?»
(Le. 2.49).
In Gesù vi è come una percezione intuitiva,
immediata, del Dio di Abramo, d'Isacco e di Giacobbe.
Percezione intuitiva che non esclude affatto, ma anzi
acuisce ancor più, il bisogno, la sete di imparare,
d'ascoltare, di chiedere.
E' un'intuizione filiale, In ogni suo atto. Gesù
percepisce la sua totale appartenenza a Dio: sente
di venire da Lui, d'avere in Dio la sua origine. E'
questo il suo più intimo segreto, la sua assoluta
originalità. E il suo Dio è anche Suo
Padre: in un senso talmente intenso, talmente inaudito,
da farlo sentire dentro la Parola. Nel cuore del Tempio
del Dio d'Israele. Nel Padre...
Sono cose difficili da comprendere. Maria e Giuseppe,
infatti, non le compresero (Lc 2,50). Ma «...Maria
conservava queste cose nel cuore», in attesa
del giorno in cui Dio le rendesse chiare. Facciamo
altrettanto anche noi, con Lei (Ho trovato una breve
ed Illuminante esegesi di Luca 2,40-52 In un recente
libro del Pastore Charles L'Eplattenlert Lecture de
févangde de Luc. Desciée 1982 Tuttavia
divergo da lui nel modo di considerare c la Legge
di Mose nel Vangelo lucano.)