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PROPOSTE PRATICHE PER CATECHISTI E PREDICATORI
I Pregiudizi

 
Mary Travers
 
Sembra a volte che solo gli aspetti negativi e spesso caricaturali facciano parte della conoscenza comune di molti cristiani...
 

I pregiudizi, come tutti sanno, si nutrono d'ignoranza. Ma resta il fatto che noi siamo spesso sommersi da informazioni, esperienze, idee che la limitatezza del nostro spirito — il quale rifugge dalla confusione — è portato ad accantonare e sistemare provvisoriamente in categorie mentali, con l'etichetta: «da studiare». Atteggiamento ragionevole. I a pre-concetti o che derivano da questa sistemazione mentale in categorie sono innocui, se potranno in seguito, alla luce di nuove conoscenze, divenire oggetto di riflessione. In caso contrario diventano invece pericolosi, provocando una disposizione emotiva che falsa la percezione, il giudizio e, inevitabilmente, la condotta d'un individuo o d'un gruppo. La storia abbonda di esempi del genere: « pre-concetti » che, trasformandosi In pregiudizi, sono fonte di sofferenze e di angosce per individui e per gruppi.

pregiudizi
L'antisemitismo è probabilmente la più vecchia forma di pregiudizio conosciuta, visto che la si ritrova già nel periodo pre-esilico. Come giustamente osserva Jean Paul Sartre, nasce dalla paura: non già la paura dell'ebreo, ma di se stesso, delle proprie responsabilità, delle trasformazioni ambientali nella società e nel mondo.
Se accantonare le informazioni per impedire che ci ingombrino è normale, non lo è affatto lasciar che simili « pre-concetti » esercitino effetti malefici nello spirito, diffondendo velenosi pregiudizi. La questione cruciale è dunque: come si formano i pregiudizi nell'animo infantile?
Una risposta ci viene da un musical intitolato Sud-Pacifico». Anche se l'argomento è diverso — si tratta di pregiudizi razziali —, il meccanismo è lo stesso:

« Vi hanno insegnato ad odiare e a temere, di anno in anno ve l'hanno sviolinato all'orecchio, ve l'hanno inculcato con cura...
ve l'hanno insegnato prima che fosse troppo tardi, prima che aveste sei, sette od otto anni: vi hanno insegnato ad odiare tutti quelli che i vostri odiano: ve l'hanno Insegnato con cura...”

Primo compito dell'educatore
I pregiudizi del giovani sono stati dunque inculcati: non solo esplicitamente ma implicitamente, in mille modi, spesso senza che gli stessi educatori se ne rendessero conto (educatori in senso lato: genitori, famiglie, maestri, predicatori... ecc.). Eva Lewis afferma che l'inconscio dei genitori esercita sul fanciullo un'influenza maggiore di quella delle loro parole o dei loro gesti coscienti. L'inconscio del fanciullo capta maggiormente la loro realtà profonda » e, « con intenso istinto d'identificazione, partecipa alle loro emozioni».
Ora, quando una tale emozione consiste proprio nell'antisemitismo latente — che purtroppo si trasmette di generazione in generazione in molte nostre « buone» famiglie cristiane — ci troviamo di fronte ad un grave problema. Genitori, maestri e predicatori cristiani di buona volontà, approfondendo meglio il documento dei Sussidi (grazie anche a questo numero del SIDIC), potrebbero sentirsene sgradevolmente turbati. Ma se sapranno lasciarsene stimolare positivamente, si potrà finalmente cominciare a risalire la china e a preparare per le nuove generazioni migliori rapporti tra ebrei e cristiani.
L'istintivo bisogno di essere amati e approvati induce i bambini ad assumere indiscriminatamente gli atteggiamenti dei genitori e degli adulti. Si tratta d'un processo d'identificazione che può condurli fino al totale rifiuto di un gruppo (per esempio, gli ebrei), magari perché l'atteggiamento del genitori nei confronti d'un solo membro di quel gruppo li ha marcati con uno stereotipo — aspetto intellettuale del pregiudizio.
Al periodo di rifiuto globale segue quello delle distinzioni. « Gli ebrei non mi piacciono, (stereotipo ereditato dai genitori), ma Davide e Rachele sono i miei migliori amici ». Il periodo dell'adolescenza, tra i dieci e tredici anni, può essere determinante in questo campo: è infatti il tempo in cui agli stereotipi passivi succedono comportamenti attivi. Possono formarsi allora schiere di ragazzi sui dieci anni, con un gran bisogno di modelli e portati al conformismo: in tal caso, i pregiudizi si radicalizzano e, in casi limite, conducono ad una brutale aggressività.
Ciò posto, occorre sapere che, secondo gli psicologici, è più facile lottare contro gli stereotipi e farli evolvere verso i sedici anni. Sarà quindi opportuno conoscere un po' il processo di tale evoluzione.

Qualche aspetto psicologico
Se è noto che i pregiudizi si nutrono d'ignoranza, sarà bene tener anche presente i possibili effetti, più o meno coscienti, d'un'informazione distorta ed erronea. Più ancora dell'atteggiamento esterno d'un gruppo, è quello che prevale al suo interno ad alimentare i pregiudizi.
E' stato anche provato che, in un individuo insicuro ed ansioso, il pregiudizio può prendere la forma d'una difesa istintiva contro minacce immaginarie. Se poi si arriva ad avvertirlo chiaramente in contrasto con altri valori, il pregiudizio potrà produrre un senso di colpevolezza, che l'individuo cercherà di neutralizzare in un modo o nell'altro: sia per proiezione, biasimando negli altri le proprie manchevolezze; sia per negazione (ad esempio: «Sono gli ebrei a preferire i ghetti!»); sia per negazione parziale, proclamandosi esente da qualsiasi pregiudizio; sia finalmente grazie ad un sincero riconoscimento del proprio errore, conducente al rammarico e ad un radicale cambiamento di condotta.
E' evidentemente quest'ultimo atteggiamento che auspichiamo e che vorremmo promuovere nelle relazioni ebraico-cristiane. I Sussidi ne indicano la via, e i diversi articoli di questo numero della rivista contribuiscono ad illuminarla.

A quelli fra i nostri amici ebrei i quali pensano — con ragione — che il cambiamento di mentalità e di comportamento va manifestandosi con estrema lentezza, può essere utile replicare con tre citazioni. La prima, è di un famoso vescovo della Chiesa del primi secoli; le altre due di Papi del ventesimo, Giovanni Crisostomo diceva, riguardo agli ebrei: «Noi non dovremmo neppure salutarli né rivolger loro la parola...», Molti secoli dopo, Pio XI diceva: « L'antisemitismo è un movimento al quale noi cristiani non possiamo in alcun modo associarsi. Siamo tutti spiritualmente dei semiti ». E, qualche anno dopo, Giovanni XXIII accoglieva una delegazione ebraica con queste parole: « Io sono Giuseppe, vostro fratello».
Come non sperare, dunque, che questo movimento, innescato faticosamente da tanti secoli, possa ora finalmente accelerarsi fino a permetterci di raccoglierne i frutti nella vita dei ragazzi di oggi, .1 cristiani di domani?

Quelli della nostra generazione portano il peso di terribili responsabilità: ma hanno pure l'occasione di divenire costruttori di ponti. Voglia il Padrone dell'opera sostenerne gli sforzi!

 
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