Un punto scottante nei Sussidi è il capitolo
II, che tratta dei rapporti tra Antico e Nuovo Testamento,
considerati in particolare dal punto di vista della
tipologia — termine che ricorre per la prima
volta in documenti del genere. Come dobbiamo giudicare
questa novità? Le reazioni sono piuttosto negative.
Che cos'è la tipologia
Crediamo necessario innanzi tutto chiarire che cos'è
la tipologia. Il vocabolo viene dal greco tupos, che
si rifà al verbo tupto, batto, e indica l'impronta
incavata di una matrice. La tipologia è un
metodo di lettura che ricerca le assomiglianze e i
rapporti tra i vari eventi della storia della salvezza,
le reciproche « impronte » dell'uno sugli
altri. E' un metodo di lettura che risale ai profeti
stessi: quando Isaia vuol parlare del rinnovamento
escatologico, usa i termini del racconto della creazione
(66, 17); quando vuol parlare della liberazione escatologica,
si rifà all'esodo (43, 16). E' un metodo di
lettura che si trova nei Vangeli, dove l'attenzione
per lo più converge in Cristo, e meno nell'escatologia;
è un metodo che è rimasto vivo nella
tradizione ebraica e in quella cristiana.
La tipologia costituisce quindi un problema di grande
importanza; data la sua presenza costante nella liturgia
cattolica — a seconda che sia bene o male usata
— può diventare uno strumento di educazione
o di diseducazione profonda.
Tipologia e unità della rivelazione
Per un buon uso della tipologia è essenziale
aver chiaro quali sono le dimensioni della storia.
I Sussidi (II, 1) insistono opportunamente sulla necessità
di « presentare l'unità della rivelazione
»; di considerare ogni evento « nella
totalità della storia dalla creazione al compimento
». Già la Dei Verbum (III, 12) indicava
« l'unità di tutta la Scrittura »
come « mezzo ermeneutico per leggerla ».
Nel nostro documento tuttavia non è chiaro
che cosa si intenda per « compimento »;
tutto si è già compiuto in Cristo, o
tutto si compirà « quando Dio sarà
tutto in tutto » (1 Cor 15, 28)? Si considera
una storia in cui c'è un passato e un presente
che esaurisce in se stesso ogni significato, (ed è
quella impostazione che ha portato alla teologia della
sostituzione) o una storia, che potremo chiamare a
tre tappe, in cui il presente si lega al passato,
per aprirsi alla speranza escatologica? Su questo
punto il documento è confuso e talvolta contraddittorio
(cfr. Il 7, 8, 10 in contrasto a 5 e 9).
La tipologia è quel metodo di lettura che ci
aiuta a considerare ogni evento della storia in se
stesso, legato a quanto lo precede, e proiettato verso
l'escatologia. Solo in una lettura del genere emerge
tutta ia carica di mistero di cui la storia è
portatrice; perché tale carica emerga in tutta
la sua ricchezza non possiamo trascurare l'attesa
escatologica. Una tipologia che non sia a tre tappe
è una tipologia privata della speranza, e che
mutila il progetto stesso di Dio.
Tipologia e memoriale: punti comuni
A questo punto vorremmo osservare che la liturgia,
nella celebrazione del memoriale, ci ha abituato a
vivere, nel presente, gli eventi passati, volgendoci
verso l'escatologia. Basta avere una qualche familiarità
con la Celebrazione pasquale ebraica e con l'Eucarestia
per rendersene conto. Il memoriale in qualche modo
annulla il tempo, celebrando, oggi, eventi passati,
che senza la celebrazione sarebbero perduti per sempre,
proiettandoli verso l'escatologia, e preparando così
il compimento della storia.
Ci accorgiamo allora, forse con sorpresa, che se vogliamo
parlare del memoriale, non possiamo non usare gli
stessi termini usati in relazione alla tipologia:
in ambedue ci troviamo di fronte a una specie di libertà
dal tempo. per cui le distanze tra gli eventi sembrano
sfumare e gli eventi convergere nell'unità
di un'espressione di salvezza e di amore da parte
di Dio, che riempie tutta la storia.
Tipologia e memoriale usano ambedue di questa libertà,
anzi — ci sembra — solo in tale libertà
sono se stessi. Non c'è memoriale che, oggi,
non concretizzi nella celebrazione la salvezza già
espressa in eventi passati, e non prepari così
il compimento escatologico, proiettandosi verso di
esso, anticipandolo e preparandolo nella preghiera
e nella speranza. Non c'è tipologia che, nell'ascolto
presente, non leghi insieme la storia passata e quanto
è ancora oggetto di speranza, alla ricerca
di quel« filo d'oro » (secondo l'espressione
di S. Agostino), di quella idea di Dio che di tanti
eventi diversi fa una storia unica.
Il legame è al livello della Realtà,
nella unicità della « mensa »
Davanti a questa evidenza, ci domandiamo quale legame
unisca insieme tipologia e memoriale. Se essi presentano
gli stessi caratteri, devono essere legati a un livello
profondo — da quale legame? a quale livello
di profondità?
La Sacrosanctum Concilium (II 48,51) parla della «
mensa » della Parola e del Corpo del Signore,
usando lo stesso termine per l'una e per l'altra.
E' dunque nella unicità di quella « mensa
», a cui tipologia e memoriale si rifanno, che
ambedue trovano la ragione della loro assomiglianza.
Tale assomiglianza nasce all'interno di essi, scaturendo
dall'unica fonte da cui derivano.
Tipologia e memoriale sono legati al livello della
Realtà a cui ci accostano: il Mistero infinito
di Dio. 11 Mistero parla ed agisce ed io lo raggiungo
nell'ascolto e nella celebrazione sacramentale; quando
il Mistero parla e noi ascoltiamo, il metodo per l'ascolto
è la tipologia; quando il Mistero è
celebrato e noi partecipiamo, il modo della partecipazione
è il memoriale. Che si tratti dell'ascolto
della Parola o di celebrazione, la Realtà che
viviamo è la stessa: quell'unica « mensa
» della Parola e del Corpo del Signore. Se la
mensa è una, le regole della mensa devono essere
le stesse. Per captare il messaggio di Dio e per viverlo
abbiamo quindi bisogno di un'unica metodologia, che
ci aiuti a penetrare nella sua globalità, vivendo,
come concentrata nel presente, la storia nella sua
dimensione passata e in quella futura.
La tipologia, essenziale per avvicinarci
al Mistero
A questo punto la tipologia ci appare non meno essenziale
del memoriale per avvicinarci al Mistero. Essa non
è un metodo di lettura arbitrario, non è
una trovata di scuola; essa è quel modo di
leggere la Scrittura che il suo stesso contenuto richiede,
che è connaturale alla Parola di Dio. Non c'è
lettura di fede che possa prescindere dalla tipologia;
non c'è lettura che voglia veramente scrutare
il Mistero e penetrare in esso (e non solo studiare
la Bibbia), che possa farsi senza la tipologia, così
come la celebrazione dello stesso Mistero non può
farsi che nel memoriale.
Però come il memoriale ci fa vivere l'evento
celebrativo presente, attualizzando il passato e aprendo
le porte alla speranza escatologica, così la
tipologia deve essere a tre tappe perché possa
essere veramente un aiuto ad avvicinarci a quella
Parola in cui Dio manifesta se stesso.
Non possiamo purtroppo non riconoscereche non è
stato questo l'uso che per lo più se ne è
fatto e se ne fa tuttora, con conseguenze teologiche
e pratiche assai gravi: un affievolimento della speranza,
una perdita di dinamismo nell'attesa dei « cieli
nuovi e della terra nuova », e purtroppo la
nascita della teologia della sostituzione, con tutto
ciò che di tragico essa ha portato.
Le reazioni quindi alla menzione della tipologia nei
« Sussisi » sono giustificate sul piano
dell'uso che di essa si è troppo spesso fatto;
ma vanno riviste in una visione più chiara
e più vera di quello che la tipologia realmente
è. Nella speranza che una migliore visione
porti a un migliore uso di essa.