l linguaggio oltre che informare sulla realtà
crea modalità precise di percepirla, selezionarla,
organizzarla e valutarla. Come si ama ripetere da
più parti, grazie alle acquisizioni dovute
alle scienze del linguaggio, la parola più
che riflesso del pensiero ne è parte integrante
nel generarlo e articolarlo.
Questa osservazione metodologica vale per tutti
i linguaggi anche e soprattutto per il linguaggio
omiletico e catechetico che, dovendo parlare continuamente
— e non potendo non farlo — di «
ebrei » e di « ebraismo », non si
limita a trasmettere « dati » oggettivi
ma, insieme e inseparabilmente, chiavi di letture
e scelte di parte che, assolutizzate, diventano occasioni
di ambiguità e di pregiudizi. E' per contribuire
ad eliminare tali ambiguità e tali pregiudizi
che la S. Sede ha indirizzato i Sussidi ai responsabili
della predicazione e della catechesi.
Dare degli ebrei e dell'ebraismo « una corretta
presentazione » — come suona espressamente
lo stesso titolo — non dipende certamente soltanto
dal linguaggio ma dal cambio delle mentalità
e, più ancora, dalla rielaborazione coraggiosa
di molti nodi teologici, soprattutto dogmatici e cristologici.
Ma se non tutto dipende dal linguaggio, senz'altro
molto può dipendere da esso, in modo particolare
dall'uso delle immagini con cui si nutre e con cui
nutre. Accenniamo a tre immagini con cui gli omileti
e i catechisti potrebbero parlare degli ebrei e dell'ebraismo
non solo in maniera più corretta ma anche più
ricca e feconda.
Fondamento e edificio
La prima immagine è quella di fondamento/
edificio, con cui rappresentarsi il rapporto Antico
Testamento/Nuovo Testamento. E' noto come l'espressione
Antico Testamento sia una delle più equivoche
e gli stessi Sussidi si preoccupano di precisare,
in una nota (al paragrafo 11.1), che « antico
non significa né "scaduto" né
"sorpassato" e che esso ha un "valore
permanente", quale sorgente della rivelazione
». L'immagine più comune e tradizionale
con cui nella predicazione e nella catechesi ci si
è rappresentato il rapporto Antico Testamento/Nuovo
Testamento è quella dell'ombra/realtà,
un'immagine che veicola appunto l'idea di «
scaduto » e « sorpassato » e in
alcun modo quella di « valore permanente ».
La nuova immagine
del fondamento/edificio ha il vantaggio di eliminare
queste ambiguità e aiuta a mostrare quel «
valore permanente» di cui parla il testo vaticano.
II « fondamento», infatti, rispetto all'edificio
non solo non è mai « scaduto »
o « sorpassato» ma è permanentemente
valido, esistendo il secondo grazie al primo. Utilizzando
questa immagine l'Antico Testamento non solo non viene
svalutato, come in quella dell'ombra/realtà,
ma è sommamente rivalutato per quello che è
e deve essere: l'inizio, I'arké, l'originario,
senza cui il Nuovo non potrebbe sussistere. Inoltre
questa immagine aiuta a capire più positivamente
la stessa tipologia (che occupa buona parte del Il
paragrafo del testo vaticano) da intendere non come
il compiersi di una realtà prima mancante,
bensì come il trasferire nell'oggi una realtà
precedentemente data: la realtà dell'amore
di Dio che si dona e dà vita.
Radice e albero
La seconda immagine è quella di radice/ albero,
con cui rappresentarsi il rapporto Sinagoga/Chiesa.
E' Paolo stesso che, in Rm 11, 17-24, la utilizza,
quando parla dei cristiani di origine pagana come
« rami di ulivo selvatico» innestati «
sulla radice dell'ulivo buono» che è
il popolo ebraico (cfr. Nostra Agitate 4). Sfortunatamente
questa immagine non ha avuto sviluppo nella storia
cristiana e ad essa — che unisce inseparabilmente
il popolo della prima alleanza e il popolo della seconda
alleanza —si è preferita quella dualistica
della separazione e della rottura, con cui si è
dichiarata lafine dell'Israele credente e la sua attuale
inesistenza. Anche qui l'immagine della radice/ albero
non solo non annulla la realtà di Israele,
popolo di Dio, ma ne afferma la continua freschezza
e vitalità, le stesse della linfa nei confronti
dell'albero.
Città e cittadinanza
La terza immagine è quella di città/cittadinanza
con cui ugualmente rappresentarsi il rapporto tra
il popolo ebraico e il popolo cristiano. Anche questa
è Paolo ad utilizzarla in Ef 2, 11ss: «
ricordatevi che un tempo, voi, pagani per nascita...
eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza di
Israele, estranei ai patti della promessa... Ora invece
in Cristo Gesù siete diventati i vicini ».
La metafora dell'apostolo è chiara: Israele
è « la città n della quale la
Chiesa entra a far parte assumendone la « cittadinanza
»; la città nella quale entra come ospite
e si siede a mensa « con Abramo » (Mt
8,11).
Anche questa immagine, come le precedenti, invece
di trasmettere idee e sentimenti di contrapposizione
e di superamento, veicola sensazioni e concezioni
positive, complementari e fraterne.
Nelle immagini si riflettono il cuore e la mente
di chi in esse si esprime e attraverso di esse parla.
Le immagini sopraccennate sono solo un esempio —
uno tra i tanti — con cui manifestare e trasmettere
il mutato atteggiamento della Chiesa nei confronti
dell'ebraismo, ambedue « legati al livello stesso
della loro identità » (1,1).