Contatti Attività Risorse Documentazione Home Pagina in Inglese Pagina in Francese Pagina in Inglese Aggiungi ai favoriti Segnala il sito Iscrizione alla newsletter Area riservata Mappa del sito
Home page
Service International de Documentation Judéo-Chrétienne
Google
Service International de Documentation Judéo-Chrétienne Cambia lingua
 
 

 

Rivista Sidic
Inglese
Francese
 
Fondo Librario Sidic
Nuove accessioni
Catalogo
Norme
 
Bibliografia
 
Dossiers
 
Sussidi
 
Conferenze e corsi
SIDIC
Centro Card. Bea
Altre conferenze e corsi
 
Links
Centri di dialogo
Risorse per il dialogo
Periodici
Links di interesse
 

PROPOSTE PRATICHE PER CATECHISTI E PREDICATORI
Catechesi e Linguaggio - L'uso di tre immagini

 
Carmine Di Sante
 
Suscitare una conoscenza esatta del « vincolo » singolare che, in quanto chiesa, ci lega agli ebrei e all'ebraismo (Suss. 1,8)
 

l linguaggio oltre che informare sulla realtà crea modalità precise di percepirla, selezionarla, organizzarla e valutarla. Come si ama ripetere da più parti, grazie alle acquisizioni dovute alle scienze del linguaggio, la parola più che riflesso del pensiero ne è parte integrante nel generarlo e articolarlo.

Questa osservazione metodologica vale per tutti i linguaggi anche e soprattutto per il linguaggio omiletico e catechetico che, dovendo parlare continuamente — e non potendo non farlo — di « ebrei » e di « ebraismo », non si limita a trasmettere « dati » oggettivi ma, insieme e inseparabilmente, chiavi di letture e scelte di parte che, assolutizzate, diventano occasioni di ambiguità e di pregiudizi. E' per contribuire ad eliminare tali ambiguità e tali pregiudizi che la S. Sede ha indirizzato i Sussidi ai responsabili della predicazione e della catechesi.

Dare degli ebrei e dell'ebraismo « una corretta presentazione » — come suona espressamente lo stesso titolo — non dipende certamente soltanto dal linguaggio ma dal cambio delle mentalità e, più ancora, dalla rielaborazione coraggiosa di molti nodi teologici, soprattutto dogmatici e cristologici. Ma se non tutto dipende dal linguaggio, senz'altro molto può dipendere da esso, in modo particolare dall'uso delle immagini con cui si nutre e con cui nutre. Accenniamo a tre immagini con cui gli omileti e i catechisti potrebbero parlare degli ebrei e dell'ebraismo non solo in maniera più corretta ma anche più ricca e feconda.

Fondamento e edificio

La prima immagine è quella di fondamento/ edificio, con cui rappresentarsi il rapporto Antico Testamento/Nuovo Testamento. E' noto come l'espressione Antico Testamento sia una delle più equivoche e gli stessi Sussidi si preoccupano di precisare, in una nota (al paragrafo 11.1), che « antico non significa né "scaduto" né "sorpassato" e che esso ha un "valore permanente", quale sorgente della rivelazione ». L'immagine più comune e tradizionale con cui nella predicazione e nella catechesi ci si è rappresentato il rapporto Antico Testamento/Nuovo Testamento è quella dell'ombra/realtà, un'immagine che veicola appunto l'idea di « scaduto » e « sorpassato » e in alcun modo quella di « valore permanente ». La nuova immagine

del fondamento/edificio ha il vantaggio di eliminare queste ambiguità e aiuta a mostrare quel « valore permanente» di cui parla il testo vaticano. II « fondamento», infatti, rispetto all'edificio non solo non è mai « scaduto » o « sorpassato» ma è permanentemente valido, esistendo il secondo grazie al primo. Utilizzando questa immagine l'Antico Testamento non solo non viene svalutato, come in quella dell'ombra/realtà, ma è sommamente rivalutato per quello che è e deve essere: l'inizio, I'arké, l'originario, senza cui il Nuovo non potrebbe sussistere. Inoltre questa immagine aiuta a capire più positivamente la stessa tipologia (che occupa buona parte del Il paragrafo del testo vaticano) da intendere non come il compiersi di una realtà prima mancante, bensì come il trasferire nell'oggi una realtà precedentemente data: la realtà dell'amore di Dio che si dona e dà vita.

Radice e albero

La seconda immagine è quella di radice/ albero, con cui rappresentarsi il rapporto Sinagoga/Chiesa. E' Paolo stesso che, in Rm 11, 17-24, la utilizza, quando parla dei cristiani di origine pagana come « rami di ulivo selvatico» innestati « sulla radice dell'ulivo buono» che è il popolo ebraico (cfr. Nostra Agitate 4). Sfortunatamente questa immagine non ha avuto sviluppo nella storia cristiana e ad essa — che unisce inseparabilmente il popolo della prima alleanza e il popolo della seconda alleanza —si è preferita quella dualistica della separazione e della rottura, con cui si è dichiarata lafine dell'Israele credente e la sua attuale inesistenza. Anche qui l'immagine della radice/ albero non solo non annulla la realtà di Israele, popolo di Dio, ma ne afferma la continua freschezza e vitalità, le stesse della linfa nei confronti dell'albero.

Città e cittadinanza

La terza immagine è quella di città/cittadinanza con cui ugualmente rappresentarsi il rapporto tra il popolo ebraico e il popolo cristiano. Anche questa è Paolo ad utilizzarla in Ef 2, 11ss: « ricordatevi che un tempo, voi, pagani per nascita... eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza di Israele, estranei ai patti della promessa... Ora invece in Cristo Gesù siete diventati i vicini ». La metafora dell'apostolo è chiara: Israele è « la città n della quale la Chiesa entra a far parte assumendone la « cittadinanza »; la città nella quale entra come ospite e si siede a mensa « con Abramo » (Mt 8,11).

Anche questa immagine, come le precedenti, invece di trasmettere idee e sentimenti di contrapposizione e di superamento, veicola sensazioni e concezioni positive, complementari e fraterne.

Nelle immagini si riflettono il cuore e la mente di chi in esse si esprime e attraverso di esse parla.

Le immagini sopraccennate sono solo un esempio — uno tra i tanti — con cui manifestare e trasmettere il mutato atteggiamento della Chiesa nei confronti dell'ebraismo, ambedue « legati al livello stesso della loro identità » (1,1).

 
Webmaster
© SIDIC Roma 1997-2007